la televisione. da qui.
31 Ottobre, 2007
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Sì alla vita
Bisogna essere io e te, e pochi altri come noi, un manipolo di facinorosi dell’inazione, bisogna essere santi e spettatori, dell’inesauribile agitarsi degli altri. No, grazie ha ritmo e se fosse impastato di niente sarebbe una lezione di composizione comunque. Dura uno schioppo e come quello colpisce. Perché parla del nulla via cavo diffuso sul territorio nazionale meglio degli uffici postali. E della televisione, senza sociologia. Come se il rapporto tra questa e gli individui somigliasse a quello tra gli individui e i cani. Sincero, gratuito nonostante il canone e affidabile. La televisione c’è sempre che piova o sia bello. Come un cane. E apparentemente sporca di meno. Non invecchia e non muore. Non c’è metafora in questo racconto però ma l’interazione dissonante di una donna riuscita e furba con forte deontologia del successo televisivo, di una ragazza nuova e con un nome da parrucchiera di paese, di un idealista bello e dannabile e di aspettative familiari piccole borghesi e lavoratrici. Ma non ci sono nemmeno classi sociali, solo case appropriate, bevande giuste, colori opportuni, servizio ai tavoli e tempi scenici rodati. L’hai sperimentato altre volte, alle persone basta fare una domanda, su qualcosa che li riguardi, qualunque cosa, la squadra del cuore, la moglie o la figlia, il modo preferito di cucinare le triglie e partono per un monologo. La scrittura di Lidia Ravera se ne sta cucita sui personaggi lucida e prêt à un subitaneo mutamento di gusto, è ironica e impietosa e per questo, No, grazie, somiglia a certi pamphlet di Alan Bennet che sei così contento di aver letto fino a quando non ti rendi conto di essere incluso, a pieno titolo, nel documentario. Quando non ci sono più idee si pesca indietro, qualcosa torna di moda,… certo gonne, certe parole…
L. Ravera, No, grazie, Giulio Perrone Editore (2007), pp. 94, €5,00. [http://www.lidiaravera.it/]
due di quattro
29 Ottobre, 2007
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La Vergine nel Giardino (particolare)
Siamo in Gran Bretagna all’inizio degli anni cinquanta. L’ambiziosa opera di A. S. Byatt comincia nell’Inghilterra colta e scolastica del 1952, a Blesford Ride, sperduta tra le brughiere dello Yorkshire, con un problema. Risolto. Alexander Wedderburn, elegante, raffinato nei pantaloni di flanella, con sentimenti semplici e persistenti, romantico e dinoccolato ha finito di scrivere il suo dramma in versi. Finalmente. Nonostante sia nato e abbia prodotto teatro dopo Shakespeare. Ha scritto un dramma in versi. Pareva impossibile. Su Elisabetta I. La vergine nel giardino. E deve metterla in scena. Perché sia altro da lui e diventi il trampolino dorato per saltare via dalla provincia, perché il re è morto viva la regina e il periodo è propizio. Byatt ci obbliga a mettere a fuoco una visione periferica. Costruisce l’incipit del suo romanzo con una traslazione. Alexander Wedderburn per quanto sia colonna portante e tortile di questo libro e perno negli altri non è che un Mercurio. Porta messaggi e significanze. E ci conduce nel nucleo pulsante di tutte queste parole. La famiglia Potter. Vivevano in accordo con un mito di normalità, un’immagine di sicurezza e solidità nel ristretto cerchio familiare. Casa Potter per l’esattezza che preme a noi quanto all’autrice. Bill Potter dispotico appassionato di letteratura intransigente come un santo martire eppure professatamente antireligioso, irascibile e bambinesco nella sua coerenza, Winifred sua moglie turbata dal miracolo degli oggetti di plastica, ognuno dei quali fa risparmiare tempo, che lo ha sposato per passione e conversazione, Stephany tornata a Blesford a insegnare letteratura, rifiutando di abitare le aspirazioni di Bill, nonostante una brillante carriera a Cambridge, che è placida sommessamente rivoluzionaria e si innamora dell’immanente scuro irsuto e predicatore Daniel Orton, e lo sposa, Marcus solitario visionario e in odore di genio, che ha ricevuto tutti i giocattoli sei mesi prima che fosse in grado di giocarci, che sarebbe conoscibile se solo non fosse di una stranezza che scoraggia la curiosità. E Frederica, la secondogenita, che ha ereditato dal padre la spocchia intellettuale e la passione virulenta per le parole, pure urlate. Frederica, anche se di lei non si dovrebbe parlare perché fa già troppo rumore da sola. È adolescente, sta finendo il liceo adora Alexander. Lei e Stephany ne parlano per gioco e azzardo come l’unico uomo desiderabile entro i confini del mondo conosciuto. Lo amano. I Potter amano sempre. Sempre convulsamente. Marcus è più convulso che innamorato. Cerca argini alle proprie ansie vaneggianti e geometriche. Li trova. Li perde. Cerca. Frederica è icona e archetipo delle convulsioni intellettuali ed emotive, della fretta che arde i carboni sotto le piante dei piedi fa commettere leggerezze e mai, mai una volta, lascia il tempo di pensare se il passo sia più lungo della gamba. È fulva ha i colori dell’autunno e gambe lunghe. Ma ad ogni passo esige, da se stessa e da chi la guarda, sette leghe. Frederica Potter è una donna impegnativa e non ha nemmeno diciotto anni. Sarà lei, magra nervosa assetata di elogi e sensazioni, ad interpretare la giovane Elisabetta. E un problema e un imbarazzo per quasi tutti. Sarà la moneta del sogno dell’opera al rosso di Byatt che comprende, oltre La vergine nel giardino, Natura morta, La torre di Babele e La donna che fischia. Fedrerica passerà attraverso pagine decenni di storia inglese come un retino per farfalle. Ad ogni gita fuori porta oltre il mascherato sé nuovi colori da appuntare con spilli su riquadri di raso. Dall’autrice del celebrato e più noto Possessione quattro tomi brulicanti di vita personaggi di fila che sempre ambiscono al ruolo di violino solo. Non c’è mai stato un tempo, dacché la mente umana è capace di contemplare idee astratte, in cui l’uomo non abbia scorto nel passare delle stagioni un’immagine di se stesso.
A. S. Byatt, La vergine nel giardino, Einaudi (2002), pp.512, € 22,00.
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Il lento sbiadire del verde e la nitida brillantezza del vetro
Così stanno le cose. Tutte le pietre sono state ammucchiate le une sulle altre per creare dei luoghi dove la gente possa pensare alla bontà e a ciò che è solido senza andare in pezzi. Che non è difficile andare in pezzi, credimi, il difficile è il contrario. Con Una donna che fischia Byatt chiude ad libitum il suo quartetto (La vergine del giardino Natura morta La torre di Babele) e riannoda gli sfilacci di personaggi che quando sono rimasti vivi sono cambiati e se sono morti hanno lasciato figli o non detti a lievitare negli spazi di tutti. Ancora nello Yorkshire e intorno a Frederica, tutti giù per terra, che spigolosa arringa davanti a una telecamera persone incuriosite dalla televisione e dalla spigliatezza colta di una donna che fischia e alla quale fischiano le orecchie. Perché suo figlio parla come un professore ma non riesce a leggere e John Ottokar la ama ma ama pure suo fratello Paul e Marcus è definitivamente imperscrutabile e Jacqueline cambiata e gli uomini le interessano senza ansia e la letteratura è ancora strumento di interpretazione ma finalmente vergine di deformazioni. Forse anche da quando Stephanie è morta e Daniel diventato un amico solido e Alexander scomparso con le sue commedie e Luk è iridescente quanto il cognome che sfoggia. Non è facile leggere Byatt, è colta e i pensieri si accumulano in ziggurat di senso e soprattutto e oltre i giochi di parole di dissenso. Per le conoscenze separate da compartimenti stagni. Per la psicanalisi che è fallace e sfuma in circoli religiosi separatisti e allucinatori. Fascinosi e perdenti perché gli uomini devono connettersi tra loro e alle cose e tutto ha da essere se non tangibile almeno discutibile. Chiedete a Elvet Gander e a Eva Wijnnobel. Perché nessuno è pazzo e nessuno è sano e Wilkie è colto da stare dietro alle paturnie di una nazione intera già semidisciolta in quello che diventerà La Comunicazione. Comunicare e connettere. Non è facile leggere Byatt perché tesse costrutti rovi che graffiano alla prima distrazione. È una letteratura con cui intrattenersi seduti, che spodesta da ogni certezza sulle aggettivazioni e sulle sfumature di colore. Anche se. E in quel momento seppe con certezza ciò che doveva fare, doveva insegnare, perché ciò che capiva- ciò che era portata a capire dal caso e dall’ereditarietà- era la disposizione delle parole in un ordine, per creare mondi, per creare idee. Sorridere alle telecamere era una bazzecola, rispetto a quel talento reale, che rivelava le cose.
A. S. Byatt, Una donna che fischia, Einaudi (2005), pp.410, € 18,50.