brennan - la visitatrice

Tacque per un istante. Tutti quegli anni a Parigi parevano riuniti e racchiusi in una parola sola, che lei non riusciva a ricordare, anche se restò lì a pensarci con una sensazione familiare. Anastasia è tornata a Dublino che potrebbe non essere casa. Casa è uno che aspetta che un altro torni, anche solo per litigare. Nelle stanze che ha abitato da bambina sono rimaste Katharine e la signora King, che è sua nonna. La signora King non chiede, non parla, prende il tè davanti al camino cerca di tranquillizzare la nipote sul fatto che nulla potrà più essere come prima, e forse più essere. Così, senza un tempo che indichi prima e dopo. Se Anastasia non fosse tornata con grilli per la testa, invece di forcine e un anello, con le strade di Dublino da percorrere nuovamente e a lungo, il tempo non si sarebbe strappato. Non avrebbe corso, non si sarebbe fermato. Solo rintocchi, uno per uno. Non un prima non un dopo e il tè davanti al camino. Venga a sedersi è lo spazio del tè. Il figlio della signora King che è il padre di Anastasia è morto come tutti ma prima degli altri e la madre di Anastasia è morta lei pure, oltre Manica. Anastasia è tornata a Dublino dopo essere scappata a Parigi. Non c’è più casa per chi è scappato e s’è deciso a tornare quando quelli che potevano aprire la porta con un sorriso o uno schiaffo sono morti. Con un sentimento modulabile in sinonimi e contrari. La signora King non sorride, prende il tè, chiede a Katharine di imburrarle il pane, tranquillizza Anastasia riguardo la sua piccola rendita e il tempo per ricominciare, per condividere, che non c’è. Semplicemente non c’è un inizio, non una fine, le stanze si affacciano sulle stesse strade e piove come quando lei è scappata per raggiungere una madre che è sempre stata una disadattata e la signorina Kilbride non ha smesso di fumare e i ha i capelli corvini come se gli anni non l’avessero imbiancati. Semplicemente non c’è tempo in questo racconto di Brennan e non c’è soluzione, la prosa pure è definitiva, i dialoghi scarni, non ci sono tempi verbali ambigui e imperfetti. Gli aggettivi se ne stanno assiepati a due a due a reggere questa nettezza odiosa che inchioda la speranza di qualsiasi cosa. Anastasia e la signora King non parlano e Katharine è un ruolo più di essere una donna e la signorina Kilbride che ricorda bene Anastasia e sua madre ha un favore da chiedere quindi parla per sé. Le parole della signora King sono senza repliche. La visitatrice è una storia terribile, inconsueta ed estraniante di attese e tentativi sempre falliti di amore e consolazione.
M. Brennan, La visitatrice, BUR (2005), pp. 128, € 7,20.

il ballo

Se ti danno uno schiaffo, porgi l’altra guancia… Il bel mondo è la migliore scuola di umiltà cristiana. Antoinette è una adolescente che prende lezioni di piano in una Parigi che è noiosa quanto una provincia per tutti quelli che non possono godere del tremolio delle candele e delle danze in certi saloni cittadini che sono un anello vistoso e un mercato in cui si barattano lucciole per lanterne e inviti per altri baratti. C’è un ballo anche in casa sua e Antoinette che prende lezioni di piano, ha una governante inglese e snobismo da fare impallidire un aristocratico, vorrebbe partecipare, o almeno guardare. Guardare non è peccato quando si riesca a esser guardati. Con una prosa malata di sospensivi e una penna che non cede inchiostro ad aggettivi e a frivole descrizioni di interni Némirovsky tratteggia una piccola borghesia speculatrice che tenta se non di comprare un titolo nobiliare almeno di fregiarsene a un grado di separazione, almeno in un giro di valzer. Antoinette non ha un vestito adatto ma ha un padre inerme e una madre che desidera solo indossare un gioiello prima che il suo collo avvizzisca. Un ballo… era mai possibile che lì a due passi da lei, ci fosse quella cosa splendida…
I. Némirovsky, Il ballo, Piccola biblioteca Adelphi (2005), pp. 83, € 8,00.

legami familiari

Nessuno può sapere a quale oscurità d’amore possa giungere la tenerezza. Nessuno può sapere cosa significhi avere un coltello in mano e desiderare solo scrivere prima di incontrare Lispector. Che infatti scrive coi gesti coi quali si affettano verdure e carne, e coi quali si spolpa. Legami familiari è una raccolta di racconti il cui filo conduttore è quello di una lama. L’imitazione della rosa e La donna più piccola del mondo sono racconti di inadeguatezze in cui diventare un fiore o non essere mangiati, pur essendo sentimenti di una perfezione indescrivibile, sono descritti. Le parole di Lispector sono inadeguate eppure azzardano e stanno in un flusso narrativo, impaludato di punti fermi, in cui la bruttezza è preziosa e la bellezza estrema disturba senza che il risultato sia surreale senza che la storia svanisca dietro alle interpretazioni. Anzi. Qualcuno di loro vive tranquillo come vivesse da sempre, non esprime mai opinioni personali, intontito di bugie necessarie (Legami familiari) e qualche altro insegna matematica perché i simboli è più facile elencarli che seppellirli (Il delitto dl professore di matematica). Dovete, dovete leggerlo!
C. Lispector, Legami familiari [1986], Feltrinelli Universale economica (1990), pp. 121, € 7,00.

pre-COG[netti]

11 Dicembre, 2007

 

manuale per ragazze di successo

Ecco cosa succede alle storie come la mia. Cominciano saltellando e rimbalzando, poi scivolano su un piano inclinato e non le fermi più fino alle fine. I loro eroi sono in caduta libera… Ci sono sette racconti in questa raccolta di Cognetti e tutti sono perle infilate su una catena da portare al collo e da sgranare per rammentarsi di un ritmo. Non è un monile elegante e qualche perla è meno pregiata di altre, un’ombra sulla superficie o un graffio, e non è infatti per la fattura o per l’originalità che continuerò a portarla al collo. Probabilmente domani non ricorderò perfettamente di cosa parlano le sue sette storie di donne e non posso dire che una immagine mi abbia colpito più di un’altra, forse dimenticherò pure i titoli evocativi divertenti e sintetici e le osservazioni che adesso mi fanno compagnia, potrei cancellare luoghi, nomi e colori, ma mai, mai negare di avere letto questo libro giacché farei torto marcio alle mie orecchie. Manuale per ragazze di successo è una raccolta sfumata e sonora, con un ritmo preciso, netto e avvolgente quanto le storie sono sfuggenti e indefinite. Non è divertente da leggere e anche se la prosa è lineare si fa fatica, si tentenna, si rimane impelagati in una nostalgia a tratti immotivata. Si è nostalgici insieme ai protagonisti anche quando le cose vanno bene (Manuale per ragazze di successo, Tre bambine non possono giocare insieme) o quando si riesce, con un gesto sovversivo, a semplificare la vita d’un altro e a darsi ragione d’esistere (Fare ordine, La ragazza che sei stata). La grammatica di Paolo Cognetti, che è finalmente asessuata, chiude il lettore in una crisalide di Quasi dalla quale potrebbe sbucare, dopo la lettura, solo una stasi, una ipotesi, una immobilità forzosa come nell’ora di punta su una delle tangenziali di Milano. È un libro che non augurerei a nessuno e che non posso fare a meno di caldeggiare a tutti con tutte le parole. Perché c’è un ritmo e il ritmo è un dono assolutamente non comune. È raro, se ne trovano simulacri nelle costruzioni abili di una sintassi frattale o nei dialoghi tumefatti di simulazioni più dei rapporti mercenari consumati in strada. E invece. Il ritmo è la spina dorsale di questo libro che altrimenti sarebbe solo un prodotto buono come qualche altro, con una bella copertina, un bel titolo, e una foto accattivante dell’autore sulla quarta. Lo sarebbe se non fosse che dalla prima frase, dalla curva sulla strada che ha fatto sì che il sole smettesse di battere dritto sul parabrezza non si può fare altro che tendere le orecchie e l’attenzione incantati come bambini per sentire come la melodia sviluppa il volteggio. Leggetelo per farvi cullare e poi dimenticatelo un poco per continuare a godere di un pizzico di spensieratezza. Prezioso. Tornando, quella sera, continuavo a sentire il suo profumo. Mi sembrava di avere a fianco un fantasma, allora ho aperto tutti e due i finestrini e ho lasciato che la voce e l’odore della circonvallazione cancellassero le tracce di Maia dalla macchina come un disinfettante. P. Cognetti, Manuale per ragazze di successo, Minimum Fax (2004), pp. 115, € 8,50.