la terra (trema) e l’isola
30 Marzo, 2008
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Louis Holland è un ragazzo intransigente e ombrato di incertezza. Veste jeans neri e camicia bianca e da quando ha cominciato a pensare non ha mai chiesto un soldo a casa. Per niente. Porta gli occhiali. Suo padre insegna storia sua madre ha senso per gli affari ed è anche una ereditiera. Più pensieri che benefici pare. Ha una sorella, Eileen, che ottiene tutto, forse solo perché non devono esserci lacrime sul volto delle fanciulle. Louis lavora in radio, non fuma, ha un appartamento in condivisione e conosce più musica di quanto la sua giovinezza faccia supporre. Renée Seitchek a dispetto del nome lezioso è una donna piccola di trent’anni, concentrata come piombo, è la donna più piccola del mondo il cui unico primigenio desiderio è di non essere mangiata. È piombo con un paio di occhiali. Lavora all’istituto di sismologia di Harvard e ogni tanto lascia che un tasso le tenga compagnia. Jonathan Franzen ha scritto un libro che, uscito in Italia nel duemilaquattro, a oggi non ha fatto scalpore. A dispetto del titolo. La terra trema nel Massachuttes e su una spiaggia Louis e Renée si incontrano. Louis è giovane e senza sembrarlo è spavaldo e distratto dal biondo dorato di una ragazza scomposta, Renée nei mocassini si preoccupa di dover spiegare cosa le piace. Louis e Renée si incontrano nonostante. La terra trema appena appena, sembra solo una sbornia. La guida spirituale di una chiesa antiaborista arringa mediatico che è la punizione di Dio e porta i suoi seguaci a vivere in un caseggiato a forte rischio sismico, una grande industria chimica perde sostanze tossiche, pare anche che qualcuno trenta anni fa abbia cercato il petrolio nel down-east. Petrolio o gas almeno, Eileen compra una casa. Chi ti ha dato i soldi Eileen? Franzen costruisce un romanzo accattivante, un giallo che è anche il colore di una storia d’amore che pare asfittica, un giallo che è ancora la tonalità itterica della società americana pronta a desiderare impellente un nuovo forno a microonde. La scrittura è accogliente, diretta, musicale intrisa di suggestioni anni ottanta e spezie di cucina. Conduce per mano, strattona, getta in pasto ai luoghi comuni, classifica, segue i mutamenti e gli umori dei personaggi con intensità meteorologica, affeziona e alla fine lascia da soli a gustare il sapore della cannella… La cosa peggiore è che Louis stesso non sapeva quello che voleva, e cioè se fosse meglio avere una ragazza triste, nevrotica e così dipendente da lui che poteva dirle tutto quello che gli pareva, oppure avere una relazione con una vera donna che poteva attrarre altri uomini e riempirlo di ansia e dimenticarlo.
J. Franzen, Forte movimento, Einaudi, pp. 551, € 19,00 (2004).
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101 Reykjavik è un libro romanzo di trovate letterarie taglienti dove la storia a un certo punto fa cilecca e non si capisce bene se ci si debba aspettare la fine adatta e nebulosa per un romanzo imperniato su un perdigiorno o la fine perdigiorno per un romanzo che richiede al lettore una attenzione monumentale. Ma forse è che la vita di Hilnur non ha storia, è come un telefilm al seicentododicesimo episodio quando già tutti hanno scopato con tutti e per esigenze di copione è necessario ricominciare il giro. In giro. Hlinur passa da uno sgabello all’altro da una donna all’altra con una facilità che quasi ci fa credere che le donne abbiano la stessa volontà degli sgabelli. It happens. Paese esploso non metropoli tentacolare Reykjavik ingloba l’Islanda tutta, isola essa pure, nave in quarantena, ospita immigrati e figlioli dispersi che tornano chissà poi perché. Mammone Hlinur non va via di casa, vive col sussidio di disoccupazione e fuma troppo. Gira col telecomando sempre in tasca, visionario, come se potesse decidere il palinsesto della vita di tutti. Ma nonostante Hlinur e il suo moraviano lui Helgason orchestra un romanzo corale dove tutti, anche un feto abortito, hanno diritto all’agognato wharoliano quarto d’ora di celebrità. Helgason primo nuovo o ultimo umanista descrive le persone col loro linguaggio mai forbito. Una lettura appena faticosa che vale la pena affrontare.
H. Helgason, 101 Reykjavik, Guanda, pp. 372, € 13,43 (2001).
non si ripara a niente
16 Marzo, 2008
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Mi ha insegnato la buona educazione: che in metropolitana cedi il posto agli anziani, e ti ricordi sempre degli auguri e dei regali, e vedi di alzarti da tavola e di dare una mano, e se ricevi una bomboniera, anche se è solo la tua, la apri subito e la offri in giro. E questo che cosa c’entra?. Lezioni di tenebra di Helena Janeczek è un libro di ricordi e di invenzioni accordato su una struttura fiabesca. (…) è possibile che i dettagli me li stia inventando. C’è un bambina davanti a un bosco scuro. Non ha una bussola e non una mappa, non ha le briciole perché il pane non si lascia mai per terra. Ha solo la fame di sua madre, la di lei voglia di scappare e ritornare sui passi e un padre con un nome falso che per tutta la vita ha ascoltato l’oroscopo del segno della Vergine quando era nato sotto il segno dei Gemelli. Ovviamente, la bambina, ha il futuro. Il bosco scuro è la memoria ed è scuro perché Auschwitz, i campi di concentramento, le deportazioni, i ghetti, l’odio e la dimenticanza sono intrichi di rami nei quali la luce filtra a fatica e comunque genera ombre più scure ancora e terribili e deformate dall’aria densa di sudore e pulviscolo. Di cenere alle volte. So che fra quanti scampati ai lager c’è chi al cinema si mette a piangere chi non fa una grinza e sottolinea come la realtà superi la fantasia, chi ha l’ossessione della testimonianza e va a vedersi tutto (…) Non sono pochi quelli che non si perdono un programma, libro, film documentario o di “finzione”, cosa che mia madre disapprova. Sostiene che quella roba non è certo destinata a lei. Ma una volta ha detto che sarebbe disposta a parlare nelle scuole, crede molto nell’educazione e che non si faccia abbastanza perché i ragazzi capiscano e crescano immuni. Helena è la protagonista di questo romanzo. Il bosco oltre a essere intricato e fitto si estende tanto che mentre la bambina si addentra, mano nella mano con la memoria della madre, cresce e le spuntano curiosità e convessità. Helena è Helena J. Ed è per la mera, immediata, liquida, corrispondenza dei nomi che la struttura fiabesca svela una natura di sillogismo in cui la premessa maggiore è l’omonimia. Perché se Helena è Helena allora la madre è la madre e il padre è il padre e Auschwitz non è più l’archetipo della morte ma luogo geografico zeppo di morti. Che è l’unica via per rendere tangibile un luogo, per fuggire dall’anonimato della morte ed entrare, con la sofferenza che ne consegue, nella perdita dei morti. Nel conto. Nell’elenco. Uno a uno. Nome per nome. Numero per numero. Codice per codice. Prima di leggere Lezioni di tenebra io non avevo inteso che la via era l’unica e bisognava segnarla. Per questo mia madre non educa ma addestra. L’addestramento si differenzia dall’educazione perché cerca di trasformare ciò che insegna in riflesso. Janeczek scrive in una lingua lineare, ironica, aliena a qualsiasi ideologica di revisionismo e salvazione, e parlata tanto che la narrazione, in questa grammatica sussurrata e discreta, risulta stereofonica. È un pugno di ghisa in un guanto di voile perché lega di figlia e madre, e perché conserva il traslucore dei vestiti che sopravvivono per essere provati nei travestimenti di bambina. Ti salvi perché nessuno si è accorto che hai sbagliato. Ti salvi perché un tuo errore non ha importanza. Comunque ti salvi solo se non commetti errori. Ma che cosa sia un errore non lo sai. A questo non devi mai pensare.
H. Janeczek, Lezioni di tenebra, Mondadori (1997), pp. 202, € 13.94.