le nostre parole ci ingoieranno
18 Giugno, 2008

In principio è la separazione. Ma non solo la separazione. Si tratta, più correttamente, della giusta separazione. (…) E il primo comandamento che dio diede alla Sua creazione fu questo: “Siate fertili e moltiplicatevi”. E dunque è giusto che certe creature, quand’è loro stagione, siano una cosa sola, e che altre rimangano separate. Disobbedienza di Naomi Alderman è un romanzo arguto e agrodolce dentro al quale galleggiano Ronit, Esti e Dovid. Che paiono nomi di un’altra epoca ma appartengono a tre persone cresciute, oggi o appena ieri, nella comunità ebrea ortodossa di Hendon, Londra. Il padre di Ronit è stato un gigante della Torah e rabbino della comunità di Hendon. Ma è morto e Ronit è tornata per il funerale e Dovid è stato l’ultimo allievo e quasi il delfino del padre di lei e Esti ha sposato Dovid e viceversa. Disobbedienza è un problema a tre corpi e, per questo, sarebbe quasi un romanzo à la Cunningham, se non fosse che la penna di Alderman è acuminata ma sensuale, rischia trame e tira il collo al lettore senza concedere alcun abbraccio retorico o la certezza che tutto finirà e bene. Il problema dei tre corpi consiste nel calcolare, assegnate posizione iniziale, massa e velocità, l’evoluzione di un sistema costituito da tre corpi soggetti alla reciproca attrazione gravitazionale. Alderman separa, come in premessa, e assegna a Ronit la voce, a Dovid il colore e a Esti la sensualità e uno speciale traslucore che la rende partecipe della bellezza del mondo. Tanto che Ronit torna pure perché ha condiviso sangue e umori con Esti e Esti la aspetta come se fosse l’unica parola capace di liberare tutti, la aspetta come se fosse una tana. Accogliente e pure Libera tutti. Per creare il mondo Egli parlò: “E Dio disse, che sia la luce e la luce fu”. E tutto fu così, proprio come la sua parola. Perciò l’attrazione gravitazionale è meno feroce di altre in questo romanzo dove pure Ronit cade su Esti e Esti su Dovid e Dovid cade per terra perché ha troppo mal di testa e sa già tutto. Dovid che ha il colore, vede le sfumature intorno alle esistenze degli altri. La scrittura di Alderman è sicura, descrittiva, sobbalza il ventre e fa venire la pelle d’oca come se soffiasse su un avambraccio contropelo, profuma come un cespuglio di ortensie e grida, ridendo, che ciascuno può liberare solo se stesso, ma parlare è comunque meglio. Disobbedienza è un romanzo luminoso e che mette pagine di senso tra causa ed effetto. È terribile e doloroso amare qualcuno che sai che non ti può amare. Ma ci sono cose più terribili. Molti dei dolori umani sono più gravosi. Ciò non toglie che sia terribile e doloroso. E, come tante altre cose, insolubile N. Alderman, Disobbedienza, Nottetempo (2007), pp. 373, € 18,00.
il nome di tutte le cose (l’angolo di Sophie)
2 Giugno, 2008

I Bentwood tirarono fuori le sedie simultaneamente. Paula Fox comincia con l’illusione di un idillio o almeno di una sincronia. Il matrimonio è questa sincronia ci sorride. Otto e Sophie Bentwood stanno per mettersi a tavola, a cena, nella loro bella casa altoborghese che affaccia sul parco, luminosa di vetrate e mattoni, e sulle mille luci della strada. Come ogni sera, ognuno col suo tovagliolo di lino, la sua calma e la sua abitudine a impugnare la posata come un preludio di conversazione. Eleganti, sobri, educati. Il matrimonio è questa sicurezza. Se non fosse che Otto deve lasciare Charlie, il suo associato di sempre, per divergenze incomponibili perché la legge è un processo e non un assoluto e Charlie non vuole capire e io non posso spiegare. Se non fosse per la curiosità che è gatto e donna e Sophie, che sente un crepitio e un brivido di unghie sul vetro della veranda, scorge un gatto che sornione chiede cibo. O attenzione. Miagola si acciambella su se stesso. Inquieto. Il dubbio è per Sophie. Se il cibo sia mezzo o fine. Il gatto è di strada il gatto è furbo il gatto è un pericolo perché nessuno lo ha preventivato e non è quotidiano. Ma è. Non dire gatto. Sophie apre la veranda al felino, gli tende cibo come lo adescasse o per adescarlo, e quello mangia prima e morde poi. E il mondo traballa. Paula Fox esagera, si diverte, i mondi traballano per molto meno, una infezione e una paura spicciola sono sentinelle di caducità quasi ovvie, il mondo di qualcuno si è scomposto come un puzzle di intenti andati a male solo perché il naso pendeva leggermente a sinistra. Per esempio. Sophie chiama il medico però è sabato e c’è una segreteria il tetano è in agguato come lo scompiglio ma c’è una festa alla quale bisogna andare. Comparire almeno. Alla festa un medico che consiglia un pronto soccorso e Sophie che ha paura, ma che non vuole darla vinta ad Otto che l’aveva avvertita di lasciare l’animale a piangere vendetta dove era, non vuole andarci. Poi non dorme. La mano pulsa come se il cuore di tutte le azioni presenti e passate, soprattutto passate, si fosse incistato nella ferita, nel petalo di fiore nemmeno purulento che s’è aperto sulla pelle curata dalle creme e da faccende domestiche protette da guanti, e stesse per saltare fuori. E lei per morire. Di conseguenza. Anche se le conseguenze sono pensieri di Otto che ha un’aria ragionevole persino addormentato. Suona il telefono, Otto dorme perché è a letto, alza il ricevitore ma nessuno risponde suona il campanello, Otto dorme perché la notte è fatta per dormire, apre la porta e c’è Charlie grosso e sconvolto. Forse vincere significava semplicemente la tirannia di svegliare gli altri. Sophie lo guarda come una salvezza perché Charlie è pazzo sconvolto e irragionevole da poter ascoltare anche le sue inquietudini, esserne il depositario. Charlie è già una increspatura della realtà. Da sempre. Forse per questo lui ed Otto erano una squadra. Confessa Sophie un suo tradimento le sue inquietudini parla di suo marito della sua vita del gatto della sua casa al mare. Poi torna a casa e si pente. Perché il nome di tutte le cose è il possesso e lei lo ha perduto. Se uno sa tutti possono. È terrorizzata. E non è abbastanza perché qualcuno è entrato nella casa al mare ha defecato nel camino e sfasciato tutti i mobili e Otto continua a ripeterle sono solo mobili ma niente è solo quello che è e tutto è violato. Sophie non ha voglia di essere la stessa soddisfatta diplomatica borghese pacata e colta nell’universo caotico che le si è dipinto intorno. Sophie è persa anche se il gatto si è ripresentato ed è stato catturato dalla protezione animali. Era sano. Paula Fox è un dio clemente, o un entomologo redento, chi lo sa, e permette ai piccoli comuni Bentwood di ricostruire, dopotutto e prima del resto, un universo privato. Ristrutturare e colorare. Abbigliare di oggetti consueti quello che rimane. Che non è il succo il fine o il nocciolo ma solo la ferita rimarginata. La loro realtà ha sanguinato abbastanza e può rinascere. Parto cesareo. Suggerisce causticamente che un gatto è solo un gatto solo se si è abituati a pensare che non abbiamo verità sulle cose ma definizioni approssimate e purulente della vita che conduciamo. Le interpretazioni non avevano una vita vera. Scandire il tempo all’interno del carapace della vita ordinaria era anarchia. P. Fox, Quello che rimane, Fazi (2003), pp. 191, € 13,50.