Bimbubalegiù!
9 Giugno, 2008

Tornai in classe convinta che le sorprese vivessero una dentro l’altra, bastava aprirne una grossa e poi venivano fuori a raffica, come quella strana bomboletta russa che la nonna mi regalava in tutte le occasioni e per questo mia madre la chiamava vecchia taccagna. La casa madre è un libro da scaffale. Si rimane lì a guardarlo e a protestare per averlo perché odora di sorpresa. Il problema è che da adulti e senza la gonna della mamma o il pantalone del papà al quale aggrapparsi, per pretendere una esistenza di carne e desideri, le sorprese svaniscono prima. La casa madre è il titolo del primo racconto, quasi nostalgico, quasi protervo, quasi giallo in mezzo a una scuola paritaria di bambine tutte rosa e signorine altrettanto, intente a misurarsi la distanza tra il bordo della gonna e il ginocchio. L’ambientazione è anni ottanta e ogni bambina sta attaccata alla sua bambola Cabbage come fosse una boa per galleggiare nella realtà. Solo che una bambola sparisce e la realtà galleggia ancora. Fluttua, oscilla, infine straripa come se non potesse essere costretta in un torace di plastica e tessuto. La colpa era una cosa che si appiccicava a chiunque, bastava non tenersela addosso e passarla come la sfortuna quando tocchi il collo della vicina di banco e dici: « Tua senza ritorno». Il secondo racconto, intitolato Il segreto, ha una ambientazione estiva e contemporanea, mai afosa, di provincia e sogno e menzogna. Il segreto interseca bene un piano di finzione con uno reale, trasfigura senza giudizi la realtà delle circostanze e introduce il gioco come moneta di scambio tra mondi differenti. I bambini e gli adulti, i bambini e la tratta di donne, gli adulti e le curiosità nonostante dei bambini. (…) e trascinavano chili di borse, portafogli, ombrelli su un mantello di plastica lungo come mezza riva del mare. Il secondo racconto ruota intorno a se stesso e a una bella idea, è scritto in un italiano piano che però evoca sfondi e incomprensioni. Era piccola, alta pochissimo più di me. L’amore è meglio se è della tua misura. Nonostante la sorpresa, l’intenzione, il grimaldello di perlacea interpretazione e divagazione della realtà, certi guizzi e rimandi e vizi, le dichiarazioni di assoluto, che solo chi è stato molto giovane negli anni ottanta coglie a pieno, La casa madre è un libro che mi ha lasciato in bocca un sapore di inconcluso ed eccessivo. Troppo o troppo poco non saprei dire. Appena prima o appena dopo, fuori tempo. Ma io ho sempre odiato le Cabbage e le bambole in genere perché di certo sacerdotesse minori di un mondo scomposto dove le costruzioni e i puzzle l’hanno sempre fatta da padroni. E questo anche, lo so, è anni ottanta. Se mi vuoi sarò per sempre il tuo bimbo del campo incantato. L. Muratori, La casa madre, Adelphi (2008), pp. 114, € 16,00.
tempo percepito
25 Maggio, 2008

Sarò fermo e rigoroso, pensa. Il tappetino del cesso gli appare insolitamente invitante. È un ovale di plastica rosa, col finto pelo in poliestere, tutto bagnato: avendo cura di riaprire la doccia così da non destare sospetti, il Mella, ancora in accappatoio, ci si rannicchia sopra in posizione fetale e si addormenta di nuovo. Gli interessi in comune di Vanni Santoni è un romanzo a tinte pastello. Nonostante si presenti come un catalogo di droghe inaggettivabili ma lisergiche è scritto in un italiano nostalgico nel quale le incursioni dialettali affrescano una Toscana-di-quegli-anni e una provincia di sempre. Se fosse uno scritto misto generazionale sarebbe irritante e fazioso. Lascerebbe fuori, bollando come psiconauti mancati, come pavidi impiegati della conoscenza e della curiosità, tutti quelli che non hanno trascorso la propria adolescenza tra paste, polveri, lucciole, stramonio e lanterne. “Cristo, lo sai, forse mi lascio con la Serena… C’è questa Silene che mi manda ai pazzi, anche se non capisco mai che intenzioni ha… però, forse se ci investo più energie, più tempo…”. “Oh, basta, non siamo mica qui per sapere i cazzi tuoi!”. Se Gli interessi in comune proseguisse con quel ciclostile col quale comincia e che, nonostante i tempi, è un a priori, quasi una dichiarazione di intenti, una letteratura che, come chiosa Winterson, anticipa la vita, Jacopo, Mella, Paride, Sandrone, Mimmo, Loriano, Dimpe ed Eleonora, non sarebbero che minuscoli rappresentanti della diffusa afasia di provincia. Te, te sei un problema sociale, con questi sermoni. Se uno spaccia, si assume i suoi rischi. Il Pelle e il Torcia evocherebbero solo caratteristici sopravvissuti ad anni pericolosamente HIV. Dicono che dalle droghe leggere si passa a quelle pesanti… Nel mio caso è vero, ma io volevo fin dall’inizio arrivare a quelle pesanti… è che mi è toccato passare da quelle leggere! Invece tutti creano affezione come singoli minuscoli provinciali ma unici e dilettevoli. Beccheggiano in questo romanzo sintetico, fumoir e sempre maschile, sempre branco e quel che rimane, donne colorate o dark, perennemente spostate dalla verticale di una relazione stabile e se non ci fosse Lisa, le relazioni stabili non sarebbero neppure quelle dei genitori che sono sempre singoli o per struttura o per mancanza di comunicazione. Donne sole che sparigliano maschi coesi e assorti a galleggiare nel Valdarno, sul poco a disposizione e sulle carte di Magic. “Come hai cominciato a bere?”. “Mah, così, a venticinque anni, per combattere l’effetto delle canne…” Possibile che vivere da solo significhi dover venire a patti ogni sera con la malinconia? A parte quando ti ubriachi. Ecco, peggio ancora. E pensare che volevo tanto sbarazzarmi della mia eterna fanciullezza. Bel risultato. Gli interessi in comune è il racconto, ventoso- quanto vento cattivo c’è in queste pagine?- di una eterna adolescenza in un mondo che chiede poca responsabilità ma pretende coerenza al comune senso nel naturale svolgersi delle cose e Santoni è bravo a rimontare il puzzle di questi cinque o sei uomini stretti da un legaccio, mai abbastanza emostatico, che è vizio di affetto più che di assuefazione. Ed è perciò che le tinte pastello della lingua e il vizio, così come si mostra, chiudono il lettore in un benessere laico e qualsiasi dove la vita comunque vuole vivere. E insieme agli altri. Per noi che se ha le canne è un ganzo se beve è un ganzo se ha le paste è un ganzo se ha la coca è un ganzo, ma se ha la roba, ah, be’, quello è un tossico. V. Santoni, Gli interessi in comune, Feltrinelli (2008), pp. 269, € 13,00.

Perché la notte, nei fumetti, se arriva, sorride. E placido, sorridente di sorriso idiota, t’addormenti. Spaperopoli è il posto più piccolo del mondo, infinitamente riproducibile e personalizzabile, come un’auto o un giubbotto jeans anni ottanta coperto di spille colorate. Spaperopoli è (s)montabile con viti smerigliate di acido e mensole parallele a visioni fumettistiche di paperi felici che virano dal grottesco al truce all’acrilico e ciò nonostante continuano a far compagnia a chi li evoca e a preparare torte a chi li reclama, a uno spaperino qualsiasi e uno solo nel senso dell’aggettivo indefinito. Perché non importa cosa o chi ti tiene a galla nei suffumigi ammoniacali o marroni di un bagno della stazione dei treni. Non importa che sia il bello il buono o il gustoso, se davvero ti fa galleggiare. Spaperino che galleggia nei bagni pubblici della stazione tra lo sferragliare delle carrozze, le pazzie mezzoerotiche di un centauro a rotelle, le dolcezze di una donna che ha perso un uomo con le mani grandi in un bosco ancora di più, le lamentele didascaliche di un eterno studente universitario che è una groviera di buchi rossi e le visite di un boa rosa che lo paga perché si lasci stritolare, si salva. La mia pulviscolare parte cosciente. A ogni riga Schieppati convince a scommettere su una salvazione che non ha nulla di eterno ma tutto di presente. Regalo e riappropriazione di un oggi. Colore di inchiostro nero a cancellare un papero solo. Gianbattista Schieppati con una prosa allucinatoria né claustrofobica getta il (giovane) lettore per centosettantapagine in un luogo umido che unge solo a leggerlo, la cui unica uscita è solita e minacciata dalla grande volta del mare al contrario imbrigliato nei pantografi. Paura dello spazio aperto e vuoto e della noia e del silenzio. Silenzio e ronzìo. Spaperopoli è un oggetto letterario che ha un ritmo che a un certo punto si spezza ma che riesce comunque a scendere e, ad accompagnare, negli anfratti di una allucinazione pura solitaria e una nel senso di unica. La scansione in capitoli è convincente e accattivante, non è né (forse vuole essere) 101 Reykjavík o il catalogo del giorno dopo del popolo della notte, ma è un buon racconto, ben scritto e che rivela la sincera abilità di Schieppati a descrivere i luoghi in tre dimensioni utilizzando “solo” le parole. Spaperopoli si vede. E allora ho due passi dentro, nelle carni: un moto semplice e naturale tutt’uno con l’impulso e la forza per dargli atto. G. Schieppati, Spaperopoli, Casini (2005), pp. 170, € 16,00.