il nome di tutte le cose (l’angolo di Sophie)
2 Giugno, 2008

I Bentwood tirarono fuori le sedie simultaneamente. Paula Fox comincia con l’illusione di un idillio o almeno di una sincronia. Il matrimonio è questa sincronia ci sorride. Otto e Sophie Bentwood stanno per mettersi a tavola, a cena, nella loro bella casa altoborghese che affaccia sul parco, luminosa di vetrate e mattoni, e sulle mille luci della strada. Come ogni sera, ognuno col suo tovagliolo di lino, la sua calma e la sua abitudine a impugnare la posata come un preludio di conversazione. Eleganti, sobri, educati. Il matrimonio è questa sicurezza. Se non fosse che Otto deve lasciare Charlie, il suo associato di sempre, per divergenze incomponibili perché la legge è un processo e non un assoluto e Charlie non vuole capire e io non posso spiegare. Se non fosse per la curiosità che è gatto e donna e Sophie, che sente un crepitio e un brivido di unghie sul vetro della veranda, scorge un gatto che sornione chiede cibo. O attenzione. Miagola si acciambella su se stesso. Inquieto. Il dubbio è per Sophie. Se il cibo sia mezzo o fine. Il gatto è di strada il gatto è furbo il gatto è un pericolo perché nessuno lo ha preventivato e non è quotidiano. Ma è. Non dire gatto. Sophie apre la veranda al felino, gli tende cibo come lo adescasse o per adescarlo, e quello mangia prima e morde poi. E il mondo traballa. Paula Fox esagera, si diverte, i mondi traballano per molto meno, una infezione e una paura spicciola sono sentinelle di caducità quasi ovvie, il mondo di qualcuno si è scomposto come un puzzle di intenti andati a male solo perché il naso pendeva leggermente a sinistra. Per esempio. Sophie chiama il medico però è sabato e c’è una segreteria il tetano è in agguato come lo scompiglio ma c’è una festa alla quale bisogna andare. Comparire almeno. Alla festa un medico che consiglia un pronto soccorso e Sophie che ha paura, ma che non vuole darla vinta ad Otto che l’aveva avvertita di lasciare l’animale a piangere vendetta dove era, non vuole andarci. Poi non dorme. La mano pulsa come se il cuore di tutte le azioni presenti e passate, soprattutto passate, si fosse incistato nella ferita, nel petalo di fiore nemmeno purulento che s’è aperto sulla pelle curata dalle creme e da faccende domestiche protette da guanti, e stesse per saltare fuori. E lei per morire. Di conseguenza. Anche se le conseguenze sono pensieri di Otto che ha un’aria ragionevole persino addormentato. Suona il telefono, Otto dorme perché è a letto, alza il ricevitore ma nessuno risponde suona il campanello, Otto dorme perché la notte è fatta per dormire, apre la porta e c’è Charlie grosso e sconvolto. Forse vincere significava semplicemente la tirannia di svegliare gli altri. Sophie lo guarda come una salvezza perché Charlie è pazzo sconvolto e irragionevole da poter ascoltare anche le sue inquietudini, esserne il depositario. Charlie è già una increspatura della realtà. Da sempre. Forse per questo lui ed Otto erano una squadra. Confessa Sophie un suo tradimento le sue inquietudini parla di suo marito della sua vita del gatto della sua casa al mare. Poi torna a casa e si pente. Perché il nome di tutte le cose è il possesso e lei lo ha perduto. Se uno sa tutti possono. È terrorizzata. E non è abbastanza perché qualcuno è entrato nella casa al mare ha defecato nel camino e sfasciato tutti i mobili e Otto continua a ripeterle sono solo mobili ma niente è solo quello che è e tutto è violato. Sophie non ha voglia di essere la stessa soddisfatta diplomatica borghese pacata e colta nell’universo caotico che le si è dipinto intorno. Sophie è persa anche se il gatto si è ripresentato ed è stato catturato dalla protezione animali. Era sano. Paula Fox è un dio clemente, o un entomologo redento, chi lo sa, e permette ai piccoli comuni Bentwood di ricostruire, dopotutto e prima del resto, un universo privato. Ristrutturare e colorare. Abbigliare di oggetti consueti quello che rimane. Che non è il succo il fine o il nocciolo ma solo la ferita rimarginata. La loro realtà ha sanguinato abbastanza e può rinascere. Parto cesareo. Suggerisce causticamente che un gatto è solo un gatto solo se si è abituati a pensare che non abbiamo verità sulle cose ma definizioni approssimate e purulente della vita che conduciamo. Le interpretazioni non avevano una vita vera. Scandire il tempo all’interno del carapace della vita ordinaria era anarchia. P. Fox, Quello che rimane, Fazi (2003), pp. 191, € 13,50.
tempo percepito
25 Maggio, 2008

Sarò fermo e rigoroso, pensa. Il tappetino del cesso gli appare insolitamente invitante. È un ovale di plastica rosa, col finto pelo in poliestere, tutto bagnato: avendo cura di riaprire la doccia così da non destare sospetti, il Mella, ancora in accappatoio, ci si rannicchia sopra in posizione fetale e si addormenta di nuovo. Gli interessi in comune di Vanni Santoni è un romanzo a tinte pastello. Nonostante si presenti come un catalogo di droghe inaggettivabili ma lisergiche è scritto in un italiano nostalgico nel quale le incursioni dialettali affrescano una Toscana-di-quegli-anni e una provincia di sempre. Se fosse uno scritto misto generazionale sarebbe irritante e fazioso. Lascerebbe fuori, bollando come psiconauti mancati, come pavidi impiegati della conoscenza e della curiosità, tutti quelli che non hanno trascorso la propria adolescenza tra paste, polveri, lucciole, stramonio e lanterne. “Cristo, lo sai, forse mi lascio con la Serena… C’è questa Silene che mi manda ai pazzi, anche se non capisco mai che intenzioni ha… però, forse se ci investo più energie, più tempo…”. “Oh, basta, non siamo mica qui per sapere i cazzi tuoi!”. Se Gli interessi in comune proseguisse con quel ciclostile col quale comincia e che, nonostante i tempi, è un a priori, quasi una dichiarazione di intenti, una letteratura che, come chiosa Winterson, anticipa la vita, Jacopo, Mella, Paride, Sandrone, Mimmo, Loriano, Dimpe ed Eleonora, non sarebbero che minuscoli rappresentanti della diffusa afasia di provincia. Te, te sei un problema sociale, con questi sermoni. Se uno spaccia, si assume i suoi rischi. Il Pelle e il Torcia evocherebbero solo caratteristici sopravvissuti ad anni pericolosamente HIV. Dicono che dalle droghe leggere si passa a quelle pesanti… Nel mio caso è vero, ma io volevo fin dall’inizio arrivare a quelle pesanti… è che mi è toccato passare da quelle leggere! Invece tutti creano affezione come singoli minuscoli provinciali ma unici e dilettevoli. Beccheggiano in questo romanzo sintetico, fumoir e sempre maschile, sempre branco e quel che rimane, donne colorate o dark, perennemente spostate dalla verticale di una relazione stabile e se non ci fosse Lisa, le relazioni stabili non sarebbero neppure quelle dei genitori che sono sempre singoli o per struttura o per mancanza di comunicazione. Donne sole che sparigliano maschi coesi e assorti a galleggiare nel Valdarno, sul poco a disposizione e sulle carte di Magic. “Come hai cominciato a bere?”. “Mah, così, a venticinque anni, per combattere l’effetto delle canne…” Possibile che vivere da solo significhi dover venire a patti ogni sera con la malinconia? A parte quando ti ubriachi. Ecco, peggio ancora. E pensare che volevo tanto sbarazzarmi della mia eterna fanciullezza. Bel risultato. Gli interessi in comune è il racconto, ventoso- quanto vento cattivo c’è in queste pagine?- di una eterna adolescenza in un mondo che chiede poca responsabilità ma pretende coerenza al comune senso nel naturale svolgersi delle cose e Santoni è bravo a rimontare il puzzle di questi cinque o sei uomini stretti da un legaccio, mai abbastanza emostatico, che è vizio di affetto più che di assuefazione. Ed è perciò che le tinte pastello della lingua e il vizio, così come si mostra, chiudono il lettore in un benessere laico e qualsiasi dove la vita comunque vuole vivere. E insieme agli altri. Per noi che se ha le canne è un ganzo se beve è un ganzo se ha le paste è un ganzo se ha la coca è un ganzo, ma se ha la roba, ah, be’, quello è un tossico. V. Santoni, Gli interessi in comune, Feltrinelli (2008), pp. 269, € 13,00.

Perché la notte, nei fumetti, se arriva, sorride. E placido, sorridente di sorriso idiota, t’addormenti. Spaperopoli è il posto più piccolo del mondo, infinitamente riproducibile e personalizzabile, come un’auto o un giubbotto jeans anni ottanta coperto di spille colorate. Spaperopoli è (s)montabile con viti smerigliate di acido e mensole parallele a visioni fumettistiche di paperi felici che virano dal grottesco al truce all’acrilico e ciò nonostante continuano a far compagnia a chi li evoca e a preparare torte a chi li reclama, a uno spaperino qualsiasi e uno solo nel senso dell’aggettivo indefinito. Perché non importa cosa o chi ti tiene a galla nei suffumigi ammoniacali o marroni di un bagno della stazione dei treni. Non importa che sia il bello il buono o il gustoso, se davvero ti fa galleggiare. Spaperino che galleggia nei bagni pubblici della stazione tra lo sferragliare delle carrozze, le pazzie mezzoerotiche di un centauro a rotelle, le dolcezze di una donna che ha perso un uomo con le mani grandi in un bosco ancora di più, le lamentele didascaliche di un eterno studente universitario che è una groviera di buchi rossi e le visite di un boa rosa che lo paga perché si lasci stritolare, si salva. La mia pulviscolare parte cosciente. A ogni riga Schieppati convince a scommettere su una salvazione che non ha nulla di eterno ma tutto di presente. Regalo e riappropriazione di un oggi. Colore di inchiostro nero a cancellare un papero solo. Gianbattista Schieppati con una prosa allucinatoria né claustrofobica getta il (giovane) lettore per centosettantapagine in un luogo umido che unge solo a leggerlo, la cui unica uscita è solita e minacciata dalla grande volta del mare al contrario imbrigliato nei pantografi. Paura dello spazio aperto e vuoto e della noia e del silenzio. Silenzio e ronzìo. Spaperopoli è un oggetto letterario che ha un ritmo che a un certo punto si spezza ma che riesce comunque a scendere e, ad accompagnare, negli anfratti di una allucinazione pura solitaria e una nel senso di unica. La scansione in capitoli è convincente e accattivante, non è né (forse vuole essere) 101 Reykjavík o il catalogo del giorno dopo del popolo della notte, ma è un buon racconto, ben scritto e che rivela la sincera abilità di Schieppati a descrivere i luoghi in tre dimensioni utilizzando “solo” le parole. Spaperopoli si vede. E allora ho due passi dentro, nelle carni: un moto semplice e naturale tutt’uno con l’impulso e la forza per dargli atto. G. Schieppati, Spaperopoli, Casini (2005), pp. 170, € 16,00.