J. Saramago, Memoriale del convento [1982], Feltrinelli, pp. 319, € 7,00. La costruzione del convento di Mafra si deve a Giovanni V, per un voto fatto se gli fosse nato un figlio, qui ci sono seicento uomini che non hanno fatto fare nessun figlio alla regina e sono loro a pagare il voto, che si attacchino, con licenza per l’anacronistica espressione.  Gli esseri umani sudano, si cercano, si odiano, si amano, comunicano, qualcuno comanda molti eseguono qualche altro viene bruciato. Un uomo, che non è erba che cresce nelle sacrestie e nemmeno ci ritorna, viene ordinato prete anche se tutti quelli che lo hanno incontrato sanno bene che presto sposerà con un cucchiaio di latta un uomo e una donna e costruirà la sua macchina volante. Una macchina a volontà.  Memoriale del convento è un romanzo di persone e di una storia d’amore stravolgente. Baltasar e Blimunda si incontrano e capiscono che possono riposare l’uno nell’altra. Che è sufficiente sapere come si chiamano per costruire una relazione che prima di tutto è una condivisione rispettosa. Attraverso questa storia comune di innamoramento e speciale giacché intorno ad essa si snodano tutte le contraddizioni del Portogallo settecentesco, ridondante cristianissimo e attaccato ai santi tanto da tingersi di eretico, Saramago racconta con la sua scrittura spessa e circolare intrisa di dialoghi senza interruzioni e di folgorazioni l’incontro le vicende e la necessità di un uomo senza la mano sinistra, di una donna dalla vista troppo acuta e del colto Bartolomeo Lourenco de Gusmao. Trinità umana senza distrazioni e senza padri. Struggente e poderoso.

 

 

J. Winterson, Non ci sono solo le arance [1985], Piccola biblioteca Oscar Mondadori, pp. 207, € 7,00. Come quasi tutti ho vissuto a lungo con mio padre  e mia madre. A mio padre piaceva guardare la lotta, a mia madre piaceva farla; non importa quale. Lei era nel giusto, e poche storie. Non ci sono solo le arance è un romanzo divertente sull’adolescenza di un individuo, dotato di senso critico e amore per le parole, scandito attraverso i libri e i personaggi del vecchio testamento. La giovane protagonista, goffa e curiosa del mondo, vorrebbe diventare pastore. Studia le sacre scritture. Che ci sia autobiografia non importa a nessuno. Perché. Winterson ha una visione singolare della letteratura dove l’aggettivo non indica specificamente particolarità ma piuttosto l’assenza di una moltitudine, giacché anche nelle riunioni dell’Esercito della Salvezza, pur così presenti in questo romanzo, manca la folla anonima dei credenti, tutto si conta, si nomina e dunque si possiede. May, Alice, Elsie, le signore A, B, C, D, il pastore e il silenzio concentrato. Il demonio curioso di Jeanette è arancione, e arancio è il colore della seduzione, e delle arance che ognuno sbuccia a modo suo, delle fiamme che bruciano nel fuoco sacro della parola. Che sia parola di Dio o parola di donna alla piccola Jeanette interessa poco. Anche se. Melanie è diventata di una tranquillità bovina, come un bovino vegetariana e Katy forse non è mai esistita.  Winterson ci fa intuire che il discernimento tra fantasia e realtà è per i servi che per loro natura tradiscono… è un romanzo emozionante. Succede sempre così coi diversivi, ti ci ritrovi invischiata.

 

 

 

 

 

G. Bufalino, Le menzogne della notte [1988], Bompiani (2001), pp. 192, € 7,00.

Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d’una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia di un prestigiatore nemico? Cinque uomini in una cella. Ultima notte di chiacchiericcio e racconto di sé prima di una impiccagione. Forse una spia tra di loro o forse è fuori dalla cella sta la spia, chi lo sa, gallonata e col corpo mangiato da un topo che gli rende testa tutte le ossa perché le scava mutandole in crani, ossi cavi in cui i pensieri e le congetture si amplificano. Nemmeno fosse il gallonato il condannato a morte. E lo siamo tutti, ma qualcuno di più. Che cos’è vero? Bufalino ha una lingua istrionica e una penna tagliente come io non ho letto mai, la sua creazione verbale abbraccia la struttura frattale delle sue frasi e le sottane bordate di campanelli e ciliegie dei sensi biforcuti delle sue asserzioni. Cinque uomini in una cella ognuno con una storia e una porzione di passato da condividere se gli pare e la possibilità di tradire e così di salvarsi il collo mettendo un biglietto col nome del Padreterno in un’urna di legno. Sì, il nome del Padreterno come se non lo invocassero tutti. Ma nessuno lo sa o lo tacciono o lo fingono. Nessuno sa niente in queste quasi duecento pagine. E io meno degli altri. Stabilite voi, amici, se debbo o no vergognarmi d’essermi congiurato per puntigli che, a riferirli, non mi paiono più che rigurgiti di viziosa infelicità.