che veleno il quieto vivere

21 novembre, 2007

la vita obliqua

«Che bellezza!» Disse Giuseppe. «Voi, professore, siete istruito, e tutta questa bellezza riuscite ad apprezzarla assai più di me. (…) Avete chissà quali risorse nel cuore, nella mente. Infatti, mi chiedo certe volte: “Ma perché il professore si è andato a cercare questa rogna della Cassa? Che gliene importa, e che bisogno ne ha?”.» La vita obliqua di Enzo Siciliano si apre con un problema. C’è un uomo forte e nodoso come un ulivo che ha fatto prima il segretario comunale, poi il maestro di scuola e che da tempo gestisce gli utili di una cassa rurale, non perché voglia guadagnarci ma perché i contadini e i braccianti smettano di tenere i soldi sotto le assi del pavimento e abbiano percezione che una società esista e fondi su strutture collettive. Anche in Calabria col sole che squaglia gli intenti. Ma questo non lo sappiamo e nella stanza c’è appena odore di fuliggine, perché la canna fumaria non tira, e un uomo e una donna raccolti intorno a un amore mai passato. La finestra si spalanca con rabbia e La vita obliqua si apre con un problema. C’è un uomo forte e nodoso come un ulivo che è stato frodato e per mezzo suo frodati tutti gli dealisti aderenti alla cassa rurale e l’uomo, che si chiama Gabriele, non può darsi pace. La donna che è moglie e spalla e suona il piano incerta e adolescente si chiama Rosina. Fuori le mura ma nei pensieri e nei sospetti e comunque là attorno, perché la provincia è forzosa, sta Saverio, fratellastro di Rosina, giovane, maschio e chiavo con chi voglio. Saverio coi peli scuri e le ciglia unite a incorniciare uno sguardo predisposto alla dimenticanza e all’ospitalità di tutti gli animi gregari. E alla rivalsa. In mezzo a questa triade scazonte sta una guerra, l’avvento di Benito Mussolini, il principio delle ondate migratorie, la disillusione e la fallacia del cambiamento e della ridistribuzione del reddito e tanti morti, in truppa o da soli, tanti morti per patria, per vendetta o per esempio. Siciliano costruisce un romanzo quasi verista quasi teatrale e quasi apologo di un tempo fermo eppure storicamente circostanziato, di una provincia calabra crogiolo di anonimati che si sfarina, patria di aranceti, campi di grano, di uliveti e di avvertimenti ermetici musicati a mezza bocca e mai in pieno sole. Avvertimenti o proposte di matrimoni. Racconta una terra imbastita di legacci e padroni e sotto. La mattina presto o la sera mentre le ombre di selci e foglie sfilano i contorni dei passanti in fascinosi arabeschi. Sfora nei ricordi del primo bagno a mare delle lenzuola di lino della prima notte di nozze della vecchiezza che incorda le vene delle mani e assottiglia la pelle, delle ripetizioni che impediscono al tempo di passare e dunque alle persone di cambiare vita attitudini e pensieri. Quando è bruciato l’uliveto?, Quando abbiamo ceduto e perché il piccolo bosco di sugheri?, Quando mai il sangue dei padroni ha cambiato consistenza nelle scigrigne di un amore irraggiungibile e Che senso avrebbe dirti, pure non provando mai pietà, del male infinito che mi procura la vista degli altri se travolti dal bisogno – io che non sono capace di soccorrere nemmeno me stesso. È un romanzo e predispone a un ascolto incantato.
E. Siciliano, La vita obliqua, Mondadori (2007), pp. 207, € 17,00.

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