quello che ho in tasca di Eugenides

27 novembre, 2007

copertina vergini suicide

Cinque Piccole Americane se ne andarono a…
La vergine si è manifestata nella nostra città per offrire la sua pace a un mondo in sfacelo. Come a Lourdes e a Fatima, Maria ha donato la sua presenza proprio a voi. Per informazioni chiamate il 555-MARY. Pretesto forse. I Lisbon sono una famiglia americana perfetta con una casa gialla in un quartiere residenziale di una provincia non ancora esplosa dove l’unica avvisaglia di mutamento è una strana malattia degli alberi e uno spiazzo enorme dove avrebbe dovuto sorgere una fabbrica automobilistica. Se davvero l’economia fosse in crescita e non ristagnasse in paludi acquitrinose intorno a sacche di benessere. Ma nulla riguarda il quartiere rintronato di barbecue, chiacchiere, ipotesi e aspettative adolescenziali. Di peculiari “vicine” rivisitazione della vita della strada. Le crisope sono fastidiose ma sono una abitudine. Il Signor Lisbon insegna matematica a scuola e sua moglie a casa cucina e cresce costrette cinque figlie. Il signor Lisbon non può pensare all’odore di donna rinchiusa che aleggia in ogni angolo della casa. Pure nella sua cassetta degli attrezzi. Incredibile. Cinque fiori recisi. Lux, Cecilia, Mary Therese e Bonnie. Tutte bellissime e tutte indistinguibili l’una dall’altra proprio per questa bellezza. Capelli biondi occhi azzurri adorabili imperfezioni nei denti e bizzarrie vestiarie. Inspiegabile se non fosse per le ombre eloquenti che si addensano nembi sul volto della signora Lisbon quando esce sulla veranda a prendere il latte e fanno sospirare Deve essere stata bella. La signora Lisbon puzza di passato e si rimpinza di sospetti. Suoi e degli altri. Cecilia è ascetica e quasi pitia, indossa un vestito da sposa anni venti e da qualche tempo stringe in mano un santino della vergine maria in colori acrilici, Therese è un genio scientifico Bonnie prende il sole e Mary si cotona i capelli, Lux è inquieta ma è adolescente. Lux nonostante i nuovi corpi di ragazzi che tocca e dai quali si fa toccare diventa miraggio. Sempre più lontano sempre più confuso nella cappa afosa irreale che comincia a respirarsi quando un sibilo grasso come di un cocomero che si squarcia cadendo per terra rompe la magia della prima festa in casa Lisbon. E Cecilia si uccide. Sulla cancellata. Buona la seconda. Sappiamo subito quello che accadrà. Eugenides ricostruisce a posteriori e senza nessuno sconforto il percorso di morte delle cinque sorelle. Una ad una. E le scandisce con i due infermieri che passano e spassano nel vialetto di ingresso della casa gialla e sbarellano carichi di interrogativi. Le sorelle Lisbon mute, indistinguibili pure a se stesse, camminano fianco a fianco come i cavalieri di una apocalisse umana. L’aspetto del quartiere diventa sovraesposto. I ragazzi spasimanti che vorrebbero aiutarle e nel contempo aiutarsi a conoscerle costringono i demoni della fretta ad aspettare alla finestra o accanto al telefono per un cenno delle sopravvissute. Che sgocciolano via. Fuggono o tornano a ricongiungersi. È difficile parlare delle sorelle Lisbon al singolare. Anche di Lux che pure è quella che tenta la definizione di un Io in amplessi frettolosi. Lux fa l’amore alla luce della luna sul tetto della casa prigione. Come i gatti. È difficile, appena cominciano a cadere in terra come foglie in autunno, parlarne pure come un gruppo. Diventano ad ogni suicidio-amputazione un unico corpo sanguinolento e strascicante. La morte è piena di supposizioni e pena infinita per chi può solo stare a guardare. I ragazzi possono stare alla finestra e catalogare memorie commenti sconcerti e osservazioni a posteriori di chi diceva che i segni avrebbero potuto essere colti. Se invece di pensare alla gramigna che invade i giardini si fossero contate le crepe nelle mura dei Lisbon e i commessi che giungevano a consegnare una spesa sempre più in scatola. Il signor Lisbon va a scuola come se nulla fosse ma fa lezione seduto, la signora Lisbon non esce più sulla veranda e offende il lattaio, i vicini convinti della malasorte nella casa a fianco stanno e limitano i contatti le visite e alla terza sorella Lisbon che se ne va dondolante dalla trave del seminterrato non mandano nemmeno più fiori. Eugenides sfoggia un linguaggio sferzante e carico di ironia sia per i commenti colorati i pettegolezzi inspiegabili e le supposizione metafisiche dei ragazzi narranti e dei vicini col naso storto sia per la degenerazione progressiva incredibile e inevitabile della qualità della vita della famiglia Lisbon. Il giardino irriconoscibile, la polvere su ogni ninnolo e cibo smozzicato a ogni passo. Ed è una descrizione, nessuno sa perché le sorelle lo hanno fatto non ci sono perché ma solo come. Quelli che provano a spiegare sono poveri di spirito poco accorti destinati a stringere un pugno di fastidiose crisope. Tutto è a posteriori. In itinere con un pensiero, una telefonata, o un passo falso, nessuno è riuscito a impedire nulla. Predestinazioni forse.
J. Eugenides, Le vergini suicide, Oscar Mondadori (1994), pp.257, € 8,40.

copertina middlesex

Ex ovo omnia
Anche le vite si spezzano, cedono come il ghiaccio. Crolli della personalità, perdite di identità. È Middlesex ma non si riferisce a nessuno dei protagonisti. Per i quali l’identità e la personalità sono accidenti mutevoli. Sociologici. I greci sono saggi ed hanno secoli di controesempi. Sono pazienti. E qualcuno aspetta in una provincia americana espansa e industrializzata la punizione di Dio come una bottiglia di latte sulla veranda. Middlesex di Eugenides racconta la favola del brutto anatroccolo. Tante volte. Sempre con la stessa acuta morale. Se un anatroccolo è brutto goffo o sgraziato, semplicemente non è un anatroccolo. Le apparenze ingannano, checché ne dica Polonio. Lefty e Desdemona nascono improbabili fratelli greci e muoiono bizzarri sposi americani. Una imbozzolata nella nostalgia dei suoi bachi in Turchia e terrorizzata dalle comodità l’altro curioso del mondo e aperto alle possibilità della vita e della lingua americana. Calliope viene al mondo boccoluta fanciulla una prima volta e ragazzino tenero e spigoloso una seconda. Sempre nella stessa vita e nella stessa America. Eugenides racconta il dramma l’avventura e la solitudine di una migrazione tra due continenti e tra due sessi, la necessità della maschera, della recitazione della truffa e a volte della fuga per far partecipe il quotidiano del divino e del grottesco. Che si annidano dietro tutte le umane vicende. Si nascondono pure in Middlesex. Perché le persone dimenticano e il corpo no. Attende per generazioni e quando l’integrazione la cultura sembrano averlo coperto. Rispunta. Virulento e risolutore. Il corpo è Dio. In ogni religione. E la sua ostensione una grazia. Si muove la piccola Calliope, ignara di tutto eppure archetipo dei migratori di ogni schiatta, in una Detroit in pieno boom economico, vive in un quartiere residenziale, frequenta una scuola prestigiosa, è coraggiosa, adorata, capace di cogliere tutti i mutamenti, pure impercettibili, che intorno le girano, come Cassandra a un certo punto è anche presaga dei suoi ma inetta a fermarli. Il suo corpo cerca piaceri che l’ educazione le vieta. Allora. Per essere felici bisogna trovare la varietà nella ripetizione, per andare avanti bisogna tornare indietro dove si è cominciato. Calliope ha cominciato nascendo e da lì deve ripartire, dall’acqua. Non è più una donna ed è solo per cinque centimetri un uomo. È il bilico e la stranezza. Così Eugenides pur contravvenendo alla regola drammaturgica di Cechov (“se c’è un fucile appeso al muro nell’atto primo, scena prima, bisogna farlo sparare entro l’atto terzo, scena seconda”) spara, e ci colpisce alle gambe, e io per prima mi piego alla sua maraviglia.
J. Eugenides, Middlesex, Mondatori (2003), pp. 606, 19,00 €.

in arrivo

antologia eugenides

One Response to “quello che ho in tasca di Eugenides”

  1. metello Says:

    middlesex è davvero un bel romanzo.
    probabilmente una delle migliori chiavi per entrare nel tessuto emotivo di un’epoca così volubile, variabile, enigmatica.
    finalmente qualcuno commenta opere letterarie in modo onesto, pratico e consapevole. senza (quasi)celarsi dietro pseudo intelletualismi di maniera, che rendono a sua volta l’interpretazione da interpretare (che cosa orribile dover interpretare una sinossi o un commento).
    le tue parole scorrono sincere, anche se a tratti la tua vode cade in un’afonia da inibizione mediatica, (indispensabile se non si vuole imperalosire nessuno) si intuisce che le tue idee hanno origini pneumatiche, non calcolatorie.
    ciao, grazie.

    ***

    in realtà ogni lettura è un atto di condivisione. mi piace pensare così. mi piacerebbe riuscire a riprodurre la condivisione.
    e questo ha origini pneumatiche e l’afonia da inibizione mediatica è forse per ricondividere anche con me stessa. ma non lo so.
    cio e grazie
    chi

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