angelica farfalla o verme immondo

2 gennaio, 2008

colombati

Sembrava lo facesse apposta ad aggiungere grossolane zeppe nel bel mezzo di costruzioni altrimenti perfette; come a voler dire: è solo artigianato; un distratto colpo di pialla e –opplà!- v’accorgerete che scrivere un romanzo è come fabbricare un comodino. Certi romanzi sono più comodini di altri. Intere cabine armadio. Perché stanno accanto al letto e stipano cose. Tutte inutili, inservibili ed evocative. Così ha da essere. Valori sentimentali. Nomi cose città animali fiori frutti distrazioni innamoramenti e perversioni. E reggono, mirabilmente e un po’ per caso. Mantenere raccolte appartate e corali tutte le quisquiglie e definizioni e malacca e percalle e fantasie paisley e tetragrammaton e roof gardens e musica musica musica è materia e mestiere di mastri rigattieri, di Melquiades e di collezionisti estetizzanti. E di Colombati. Perché il Rio center è la Fontaine-aux-roses di Huysman, solo che Rio non è imperniato su Des Esseintes che officia l’addio alla propria virilità dopo una vita di bordelli ma su un giovanotto bene che finge di scrivere, dice di essere un uomo per tutte le mezze stagioni e comincia la vita londinese in un bordello che pare un salotto. E lo sembra, fino alla fine. Se al centro di Rio ci fosse solo Runeberg, il comodino, la cabina armadio, il guardaroba mistico non cigolerebbe nemmeno un attimo, la narrazione non colerebbe in miscellanea e il lettore non sarebbe stravolto da certe facezie anatomiche e geografiche. Gli irlandesi non apparirebbero come folletti notturni e cattivi. Le donne non sarebbero quarti di pollo tandoori. Ottime dopocena tuttavia. Il quasi dandy, il giovanotto protagonista non ha altro mestiere che riuscir compagno a un vecchio scrittore geniale e satrapia di ogni cosa, piacere alla di lui nipote che ama il talento fosse pure di quello che sputa più lungi, stare assiso nell’empireo delle benevolenze di uno squalo della finanza intercontinentale e ricevere le attenzioni sempre perniciose e interrogative di una dama conturbante e sottile che tira indietro la testa per stirare le rughe del collo. Possedere metà del mestiere di quest’uomo sarebbe un privilegio inconsueto. Per converso, essere quest’uomo sarebbe riprovevole. Quasi da suicidio e Colombati lo sa e calca la mano grottescamente fino alla sfera che secerne sangue urina e feci e al cui interno corpi contorti e quasi sinaptici tentano di svelare (e svellere) il segreto del piacere e dell’altrui sconcerto. O forse a Colombati scappa la penna e quello che poteva essere cenno e visione diventa elencazione appena pornografica di una umanità minuta e insensata. Rio è un meraviglioso catalogo di insensatezze e seppure ognuno di noi avrebbe seguito Rebecca Hillier in soffitta nel roseto e ovunque ci fosse un’ombra per rammendarle con le dita la curva del seno o tutti avremmo pagato a prezzo Florian un qualsiasi rinfresco nazionalpopolare con Filippo Runeberg, nessuno avrebbe retto il ritmo fatto imposto da Colombati al rampollo di un palazzinaro romano, meccanizzato nel ventre e con mezzo viso di cera. Essere quest’uomo sarebbe impossibile tanto che il romanzo di una vita eccessiva ma plausibile diventa assai presto finzione ingloriosa senza il sangue e arena delle favole nere. E appena intorbida la lettura. Ma può accadere perché se l’ottima letteratura è costruire comodini Rio non è certo un prodotto mercatoneuno (nell’epoca della riproducibilità tecnica). Perché. Rio è farraginoso quanto istrionico, dispersivo quanto monade d’assoluta compattezza in ciascuno dei romanzi di Runeberg o nella descrizione del rapporto tra il padre e Mario (leggete e meravigliate a pg. 71 quando comincia con Soldati!) o nella reprise della storia con Lia. Rio è fanfarone quanto entusiasta, amabile conversatore quanto insopportabile saccente. Ma è un libro di libri e questo è sempre un grande gioco con ogni lettore. (…) l’estate finiva in un parossismo di desiderio e il tempo trascorso nell’intenzione di prendersi una vacanza si mostrava al ricordo come niente più di un lapsus fatto di sole alle otto della sera, salsedine e inedia, mentre la nuova stagione colpiva la retina lasciandoci appiccicato un senso di piscina vuota con le foglie arrugginite sul fondo… L. Colombati, Rio, Rizzoli 24/7, pp. 348, € 17,00.

One Response to “angelica farfalla o verme immondo”

  1. piccolaterrorista Says:

    yap, bel blog.

    ***

    yap, grazie!
    chi

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