lontano lontano

20 gennaio, 2008

imperatore di portugallia

“È bello fare banchetti nella fantasia”, si giustificò. “Hanno un sapore migliore di quelli reali”. C’è un uomo che non conosce il battito del suo cuore. E che continuerebbe a ignorarlo se non avesse sposato Kattrinna e fosse andato a vivere in una casa approssimativa su un terreno non suo. Ma non basta ancora. Non lo avrebbe scoperto nemmeno se, nonostante tutti i cambiamenti che ora gli scandiscono il tempo, tra l’escavazione di un fosso e la successiva, non gli fosse nata una bambina. Non a loro, a lui. Per sé. L’imperatore di Pourtugallia è una storia d’amore. Bizzarra nostalgica e nemmeno così inesplicabile. Non c’è gioia condivisa in questo amore o salvazione. Ma l’ottundimento completo per la bellezza, il possesso senza il coraggio di ammettere la volontà cosciente di delimitare una proprietà, l’inettitudine e l’impotenza nel trattenere la crescita individuale di un essere umano e di rimanere saldi nei propositi di fronte alla maraviglia. Non c’è, senza che nessuno dei personaggi possa avvedersene, l’ansia di conoscenza dell’altro da sé. Perché è una favola. Jan e Klara Gulla sono una persona sola, godono della presenza l’uno dell’altra e non hanno bisogno delle parole per comunicare. Sono padre e figlia ma potrebbero essere un rovo e una bacca porpora. Perché se è una favola la storia supera gli attori della vicenda. Jan è un contadino con le nostalgie di un poeta romantico, l’ansia di magia di Chagall e la capacità di astrarsi dal mondo e dal giudizio degli altri di una asceta, Kattrinna rimane calma, la giovane Klara Gulla che pure è il ponte tra le solitudini e le inconsistenze dei genitori indossa un vestito rosso. Che pare seta. Malia curiosità allontanamento malattia. Lagerlöf, senza indugiare nella sofferenza delle incomprensioni costruisce una storia nostalgica che ferma la circolazione e dunque incancrenisce la realtà. Degli altri. Jan è solo e invecchia ma confida nel suo cappello, nel suo bastone e nelle visioni della aristocratica mitologia con al centro sua figlia. Era come uno davanti una casa vuota che grida e chiama e non vuole rinunciare alla speranza che qualcuno gli venga ad aprire.
S. Lagerlöf, L’imperatore di Portugallia, Iperborea (2004, 10ed), pp. 274, € 11,50.

leggere lolita a teheran (economica)
La prosa di Humbert, che a tratti raggiunge uno spudorato eccesso di ricercatezza, mira a sedurre il lettore, specie quello colto, più esposto al raggiro di acrobazie verbali vertiginosamente erudite. La storia è semplice e potrebbe essere gialla. Sette donne assiepate sui divani di un salotto, che si immagina luminoso ed elegante, si incontrano tutti i giovedì mattina per discutere di letteratura. Ma i gesti sono troppo netti lenti e ripetuti, sono prigioniere. Azar Nafisi è uno scrittore accogliente ma un intellettuale che, dietro a sorrisi morbidi come giri di parole, nasconde la spietatezza di una analisi che oltrepassa la letteratura. Senza sfociare nella politica e intrisa di concetti assembrati sull’individuo. Non me ne sono resa conto subito, all’inizio era solo la foga entusiastica di leggere, pagine che avevo amato, insieme a qualcuno che avesse letto più di me. Di condividere. Poi la repubblica islamica che bussava alla porta e il velo nero che Nafisi continuava a porgere per farmi capire come sia impossibile pretendere dalle cose intorno di rimanere perfettamente estranee e discrete e separate da sé, mi hanno convinta a rileggere e ad ammettere che tutte quelle parole sarebbero state differenti in un luogo diverso da Teheran. Non le nocche sul legno del portone, non il velo, non la segretezza. Se tutte le parole di Leggere Lolita a Teheran fossero state pronunciate o scritte in un’aula universitaria questo libro non sarebbe che il resoconto romanzato di un semestre fecondo. E invece, Lolita è l’archetipo di coloro che rischiano di rimanere schiacciati dalle pretese assurde dei sogni degli altri, Gatsby l’unico che pare poter spiegare perché paesi antichi come l’Iran hanno un passato dal quale hanno difficoltà a separarsi e paesi giovani come gli Stati uniti hanno un sogno che è una nostalgia per la promessa del futuro, Jane Austen è l’autrice che sottolinea quanto al mondo l’equilibrio tra la sfera pubblica e la sfera privata sia essenziale, Henry James è il metro dei fallimenti coi fiocchi che consente di stringere alleanze indissolubili. Deformazione e strappo, la letteratura di Nafisi è strega e pozione, attore e mezzo insieme, legge classici in lingua inglese come tomi di formule magiche in grado di trasfigurare l’oppressione in persecuzione surreale e la difficoltà quotidiana in limiti che spronano al sorpasso e alla rivoluzione silenziosa della curiosità per le cose e per la bellezza. In Leggere Lolita a Teheran c’è critica letteraria, storia contemporanea, disincanto per movimenti formalmente rivoluzionari, proteste giovanili, diversità ideologiche che si chetano davanti a un libro, curiosità e struggimento e gratitudine per la letteratura tutta. È epico e colto e a me è piaciuto. Penso che, in un certo senso, le letture e le discussioni di quel seminario abbiano rappresentato la nostra occasione di fuga, il nostro ponte verso quest’altro mondo fatto di tenerezza luce e bellezza. Solo che noi, alla fine, eravamo costrette a tornare indietro.
A. Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Adelphi (2007), pp. 379, € 10,00.

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