Lei lo sa signora?

23 febbraio, 2008

lo spazio bianco

E là dovevo avere fatto la faccia di una madonna che non aspettava più l’annunciazione, perché l’infermiera mi aveva portato un bicchiere di acqua e zucchero mentre io telefonavo al padre. Lo spazio bianco è un romanzo esile e autentico. Che forse sono aggettivi propri delle storie che invece di procedere per categorie avanzano per problemi da risolvere. Dinamici invece che contemplativi. Di singolarità piuttosto che di umanità. Lei lo sa signora?. La particolarità de Lo spazio bianco consiste nel tenere serrata al centro di un racconto di evoluzione una donna, Maria, ferma nelle proprie considerazioni sul mondo e appena incapace di uscire dalla propria testa. Se non fosse che un parto è un gesto di estroflessione, oltre che un presente indicativo che impone di lasciare la banchina della vita di ieri. Non sono buona ad aspettare, aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Irene è nata prima, Irene sta in uno spazio nebbioso e lattiginoso e tenta di guadagnare la normalità, di essere un neonato qualsiasi con pianto, respiro e suzione, Irene forse non riuscirà ad acquisire l’ordinario e la medicina, negli occhi blu del giovane medico, abdica al linguaggio specifico per passare a tremolii stregoneschi, domanda invece che ipotizzare. La medicina. Lei lo sa signora?. Maria insegna materie letterarie in una scuola serale, è cresciuta in una provincia troppo prossima all’enorme metropoli per essere immutabile, ha avuto un padre operaio in quegli anni e una madre né coraggio né altro, ha studiato tutto quello che poteva, avuto uomini e desideri, fuma, prende la metropolitana, mappa la dislessia a Napoli cercando le r perdute in certi strati sociali, pensa, pensa troppo Maria e non si dà pace quasi pensare fosse sinonimo di suppurare. Non che lo sapesse prima, o lo temesse, è stata Irene a rinnovarle il dizionario dei sinonimi e contrari. A me è piaciuto nella misura in cui ho riconosciuto una urgenza di dire e mi è arrivata chiara alle orecchie e agli occhi l’angoscia di Lei lo sa signora?. La prosa di Valeria Parrella è propria, si concede alle metafore, alle digressioni colte, al divertissement, alle intersezioni suggestive con parole e suggestioni di altri, balugina di commozione, se avesse tenuto stretto il fine della singolarità invece di cedere a cenni di contestualizzazione (i topi, la scuola, la rete tranviaria di Napoli, gli studenti di filosofia, le droghe leggere, la vita in fabbrica, gli extracomunitari, la campagna elettorale televisiva) sarebbe stata anche affilata, esatta, avrebbe reso tridimensionale tutto come ogni titubanza di Maria e il primo sorriso di Irene. Stava nel mio braccio, la tenevo, mi sentiva e io le sorrisi. Non quella smorfia che mi ero calcata in faccia al primo momento, quella che era solo la variante socialmente accettabile di una fuga. Proprio un sorriso di quando, in un momento, nella vita, sbuca una cosa inaspettata e piena e tua. V. Parrella, Lo spazio bianco, Einaudi (2008), pp. 112, € 14,80.

 

 

 

una buona madre

 

Scrivo per scongiurare la malasorte: perché non capiti il peggio. Scrivo questo quaderno per allontanare da mio figlio gli spettri, perché essi non me lo prendano: per attestare la sua bellezza, la sua comicità, la sua magnificenza; per iscriverlo alla vita, così come una sigla o una promessa, o come si ringrazia con un ex voto. Una buona madre pensa riflette e gioca. Tutto già sentito in questo libro di Darrieussecq eppure tutto entra in testa con sonorità nuove, con luci diverse, dall’onnipotenza dei genitori, dalla invincibilità, dalla giustezza delle osservazioni sul mondo. Partendo dalle parole. Il bebè mi ha resa sentimentale; mi ha restituita al sentimentalismo. Mi domando che fare di quel vecchio vocabolario. La concentrazione, in questo libello, sulle parole, è assoluta, centellinata imboccata al bamboccio, all’infante al bebè che mugola e attribuisce valore. Una buona madre è un’opera originale, settecentesca in forma e post-industriale nel contenuto, colta, un puzzle di luoghi comuni e parole semplici o arcaiche il cui compendio è un tondo moderno. Scrivo per definire, per descrivere degli insiemi, per mettere in luce i legami: è matematico. Scrivo per ravviare la lingua, per forbire le parole così come si lucidano gli ottoni… il bebè, la madre: sentire un suono più chiaro. M. Darrieussecq, Una buona madre, Guanda (2002), pp. 154, € 10,00.

 

 

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