Non ci sono misteri ma solo persone che mantengono segreti

23 aprile, 2008

la verità non serve a niente

E se il destino fosse come l’acqua, capace di penetrare ovunque, di raggiungere chiunque in qualsiasi luogo pensasse di nascondersi, a meno di non riuscire a sigillare perfettamente ogni fessura, così da non lasciare nessuna traccia dietro le spalle?. Se la verità fosse un vaccino Nicola Alamanni sarebbe stato immunizzato a vita contro le delusioni e contro i privilegi vissuti come abitudini, contro le proprie mancanze e gli altrui gesti di temperanza, distrazione, affetto, amore, sopruso e connivenza. E dove altrui, quando si parla di relazioni, include sempre il sé. Nicola Alamanni pensa di poter dire di sé di essere stato uno scrittore, di essere stato al mondo e di essere stato padre, tutte cose tuttavia per le quali l’utilizzo di un tempo passato è sintomo certo di nostalgia e rivisitazione. Bernardo Alamanni è un uomo che suda, un po’ perché la Roma che ha intorno sta schiacciata sotto un cielo basso e imbambagiata d’afa, un po’ perché deve consegnare una lettera di dimissioni che puzza ancora della terra sottratta sotto alla sua poltrona di ministro. Valentina invece ha i capelli viola e poi verde bottiglia, lavora a progetto in un giornale con la prospettiva di firmare un articolo che la faccia diventare una giornalista senza ulteriori specifiche di contratto. Valentina è giovane è minuta legge ma non troppo, corre ma non troppo, ama ma non troppo. Sembra qualsiasi, ma è un gioco. Nicola, Bernardo e Valentina sono infatti le tre carte che Giorgio Van Straten serra in mano. Ognuna con un seme diverso, ognuna a tirarsi dietro altre carte, connessioni, separazioni, interruzioni e gesti pensati, sottrazioni e incidenti. Era un gesto piccolo, normale e totale: uno di quei gesti che salvano il mondo. Nicola, Bernardo e Valentina sono le tre carte necessarie a reggere il congegnato castello, commovente e in bilico, che Van Straten costruisce con la naturale perizia e necessità di tono delle storie che devono essere raccontate, venire alla luce, emendare le vigliaccherie e pure gli eccessi di zelo, le avventatezze e la giovinezza. Emendare con la verosimiglianza cauta e possibile e biforcata punto per punto tra pensiero e atto, la verità inutile. Perché in ritardo, perché troppo narrativa, perché eccessiva. Per questo La verità non serve a niente è un romanzo ossimoro di baldanza e assennatezza, ragionamento e improvvisazione, comune e particolare. Il castello di carte di Van Straten, montato su una lingua che ha ritmo proprio e struttura efficace e secca, quasi nostalgica di descrizioni impossibili, si tiene pure sui fili di una storia potente, di partito, di famiglie balbe di borghesie e contadi inavvicinabili, di politica delusa e tassi di interessi ingrassati, di ideologia e di letteratura. E sono questi fili che impediscono al castello di scompaginarsi nelle categorie di vero falso giusto o sbagliato. Che gli rendono struttura mobile, tensioattiva e avvolgente. Souvenirs pieux. Del resto c’è chi legge l’oroscopo sui giornali e pensa che ci sia la verità; non sono degne di maggior fede, allora, le pagine di un libro? G. Van Straten, La verità non serve a niente, Mondadori (2008), pp. 214, € 17,50.

port mungo

Port Mungo di Patrick McGrath non è terribile e fascinoso come Follia ma è scritto in un linguaggio liscio come acqua naturale e ripete, quasi riverbera, le ossessioni dello scrittore e di tutto un certo tipo di artisti. È ambientato ai tropici, non so se pure a quelli dell’anima, se cioè i personaggi siano caratteristici per colore e consistenza umida della pelle e atteggiamenti lenti o per quelle temperature afose che i pensieri ossessivi, le convinzioni radicate e le azioni ubriache mantengono asfittiche nella testa degli uomini. Port Mungo è un libro di pittori, di un uomo con una passione più o meno talentuosa per il (suo) pennello che a un certo punto si trasferisce in America centrale. È un romanzo pieno di bugie che non hanno le gambe corte ma piuttosto si intricano come le radici delle mangrovie. A chi credere? Vera è la sola a non essere multisfaccettata (sa quello che vuole sa chi ha accanto sa perché parte e torna sa dove le sue mani si prolungano in pennelli). Da Vera Savage viene voglia di rifuggire come lei fosse la peste nera e pure se la peste nera fosse il male minore. Meglio Gin. Leggere e stare e se fosse possibile convincersi che l’unico vitello grasso possibile è una bottiglia di champagne. Se fossi una aristocratica del Surrey con uno spiccato senso dell’umorismo tenterei di convincermene. Non è la scrittura di McGrath più aspra e più priva di fronzoli, più impalpabile sotto il peso delle versioni frammentate, dei particolari, del suo Non ci sono misteri ma solo persone che mantengono segreti. La sua scrittura laica non concede macumbe pur stagnante nelle paludi dell’Honduras dove Peg pittrice (emulazione o passione osmotica?) scalza, in erba e fango, tende da sola alla giovane Ophelia di Millais. Quando McGrath ha sussurrato Da ragazzi amavamo i preraffaelliti? A chi credere? Port Mungo insegue la descrizione di una ossessione amorosa. Jack, narciso nella giungla, ama se stesso, Vera l’ossessione di Jack e forse la vertigine della conoscenza pure se diluita nell’alcool, Gin persegue una vita tranquilla e si bea e sugge l’intimità che ha con suo fratello Jack, Peg e Anna guardano si adeguano non capiscono eppure risolvono. Come se i problemi posti da una generazione, le definizioni rinnovate di famiglia amore convivenza e tempo, fossero così titanici da dover attendere la successiva per essere esauriti. Non è un libro imperdibile ma a leggerlo ci si mette poco ed è suscettibile di mille interpretazioni. Specchio incrinato, gioco e qualche rispettabile fantasma interiore. P. McGrath, Port Mungo, Bompiani (2004), pp. 297, € 16,00.

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