Lo sai: debbo riperderti e non posso

8 maggio, 2008

treno, maraini

Non è troppo presto a ventisei anni stare a inseguire le ombre anziché persone vive e reali?. Il treno dell’ultima notte è un romanzo che divaga. Promette speranzoso una ricerca, un estuario. Nonostante anni di assenza, seconda guerra mondiale, abissi razziali e differenze di ceto e realizza un delta di intenzioni in una Europa lacera da conflitti mondiali e civili ma ansiosa di godere barlumi di novità, ricostruzione o rivoluzione. Al centro di ogni pagina c’è una donna giovane con un nome che è un aggettivo, un basco rosso e un cappotto azzurro. Amara stipa un pacco di lettere che rilegge fino a farne un mantra, fino a evocare, al centro di ogni pagina, la presenza di Emanuele Orenstein scomparso in abiti, vezzi e giovinezza dal getto di Losdz nel millenovecentoquarantatre. Emanuele Orenstein si vantava di saper volare. Emanuele Orenstein ha spostato la prospettiva di Amara Sironi dall’orizzonte della terra battuta dai passi di tutti, all’albero di ciliegio delle osservazioni sul resto del mondo. Io e te sull’albero di ciliegio. Io e te e questo è il giardino. “Lei sa perché ci si innamora di una persona?”. “Vorrei che fosse perché ci piace come pensa, come ragiona, come parla, come si muove, per il suo odore, per la sua voce, per le sue mani, per i suoi occhi”. Il resto del mondo è bruciato, e il freddo della guerra fredda non impedisce alle ceneri di fumigare. I suffumigi impediscono ai fantasmi di dissolversi e così Amara che cerca Emanuele trova due compagni di viaggio. Hans meticcio di origini ma puro di intenzioni e Horvath asceta coi calcagni scoperti e sporchi di fango e il naso in mezzo ai libri. Tre persone che ne cercano un’altra sono i tre indizi lasciati da Dacia Maraini al lettore per convincerlo a continuare. Tre indizi fanno una prova. Emanuele Orenstein forse non menava vanto, forse è volato come in uno Chagall, oltre i muri del ghetto di Losdz. Il treno dell’ultima notte è un romanzo concitato e sereno. Maraini compone in una lingua piana e con un ritmo scazonte che non scava gli orrori della guerra e della sopravvivenza ma enumera. (…) siamo stati carnefici anche noi, il più forte contro il più debole, sempre, capisci, anche con chi avremmo dovuto aiutare, soccorrere. Non c’è pace, non c’è pace possibile perché ci hanno fatto fare delle cose per cui ci sentiremo sempre sporchi, orribilmente luridi e macchiati (…). Sfibra per lanciare analogie di estenuazione. Il treno dell’ultima notte non si trincera dietro la protervia delle possibilità di vite nuove e nonostante, non aspetta le Eumenidi né per i colpevoli né per le vittime, non lancia ami e nemmeno esche. Il treno sta, in una stazione che potrebbe essere solo un pensiero o una stanza di miniature di treni Lima, corrotto da una memoria che impedisce a chiunque, e ad Amara per prima, di spostare gli occhi da quello che si cerca a ciò che si troverà. Comunque.“Lei dovrebbe scendere da quell’albero, Amara”. “Perché?”. “Perché le cose succedono qui per terra, non sugli alberi, accanto a un ragazzo invisibile che pretende troppo nel suo stato di fantasma”. D. Maraini, Il treno dell’ultima notte, Rizzoli (2008), pp. 429, € 21,00.

guimaraes rosa, miguilim

La vergogna che provava era così come se all’improvviso fosse divenuto per la cattiveria troppo leggero, quasi tutto svuotato, e aveva bisogno di aspettare molto tempo, quieto, molto solo, finché il corpo, la testa si empissero di peso fermo un’altra volta. Con Miguilim e col suo modo zoppo di parlare e aggrumare pensieri, inventare storie e lagrime, Guimarães Rosa ci tuffa nella vita polverosa dei Gerais sperduti in un entroterra sudamericano di verdi cangianti, terreni argillosi e nidi di civetta. Non c’è una storia, non subito, non accadimenti, la vita è continua e imperterrita, ma piuttosto il racconto di una distanza e di una inconfondibile inadeguatezza che arriva addirittura a puzzare di incomprensioni familiari. Miguilim che vive in una fattoria della quale suo padre non è padrone con una nonna dispotica, fratelli rumorosi, una strega ubriaca, uno zio innamorato, e una madre che solo a tratti rivela tutta l’intelligenza del suo stomaco, guarda il mondo ogni giorno più sfocato e, nel suo essere bambino, riesce a intrecciare connessioni e maraviglie insieme al fratello minore Dito, il quale parla da uomo, da uomo si comporta e da futuro padrone osserva, controlla e impara. Dito diventerà tutto quello che vuole perché sa senza avere imparato e parla con ogni persona come se fosse una, differente, ma che gli piacciono tutte come se fossero uguali. Miguilim è scritto in un linguaggio difficile e brullo, musicale più che conseguente, il tempo non scorre linearmente ma si attorciglia alle zampe dei pulcini sull’aia o alle code dei cani, fugge a nascondersi nelle fosse degli armadilli braccati. Miguilim distrae, è una novella incantata e nostalgica, vinta a tratti, che non rassomiglia alle scritture sudamericane alle quali si è abituati. Lasciatevi ingannare e stupire, per una volta. “Chi le ha insegnato questo?” “È stato il sole, e anche le api, e anche la mia enorme ricchezza che ancora non posseggo Miguilim”. J. Guimarães Rosa, Miguilim [1964], UE Feltrinelli (2007), pp. 136, € 6,50.

One Response to “Lo sai: debbo riperderti e non posso”


  1. un IIC é in volo

    ***

    beh non aspetto altro. vanni sono così contenta per Gli Interessi in comune.
    bacio. :*
    chi

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