tempo percepito

25 maggio, 2008

copertina gli interessi in comune

Sarò fermo e rigoroso, pensa. Il tappetino del cesso gli appare insolitamente invitante. È un ovale di plastica rosa, col finto pelo in poliestere, tutto bagnato: avendo cura di riaprire la doccia così da non destare sospetti, il Mella, ancora in accappatoio, ci si rannicchia sopra in posizione fetale e si addormenta di nuovo. Gli interessi in comune di Vanni Santoni è un romanzo a tinte pastello. Nonostante si presenti come un catalogo di droghe inaggettivabili ma lisergiche è scritto in un italiano nostalgico nel quale le incursioni dialettali affrescano una Toscana-di-quegli-anni e una provincia di sempre. Se fosse uno scritto misto generazionale sarebbe irritante e fazioso. Lascerebbe fuori, bollando come psiconauti mancati, come pavidi impiegati della conoscenza e della curiosità, tutti quelli che non hanno trascorso la propria adolescenza tra paste, polveri, lucciole, stramonio e lanterne. “Cristo, lo sai, forse mi lascio con la Serena… C’è questa Silene che mi manda ai pazzi, anche se non capisco mai che intenzioni ha… però, forse se ci investo più energie, più tempo…”. “Oh, basta, non siamo mica qui per sapere i cazzi tuoi!”. Se Gli interessi in comune proseguisse con quel ciclostile col quale comincia e che, nonostante i tempi, è un a priori, quasi una dichiarazione di intenti, una letteratura che, come chiosa Winterson, anticipa la vita, Jacopo, Mella, Paride, Sandrone, Mimmo, Loriano, Dimpe ed Eleonora, non sarebbero che minuscoli rappresentanti della diffusa afasia di provincia. Te, te sei un problema sociale, con questi sermoni. Se uno spaccia, si assume i suoi rischi. Il Pelle e il Torcia evocherebbero solo caratteristici sopravvissuti ad anni pericolosamente HIV. Dicono che dalle droghe leggere si passa a quelle pesanti… Nel mio caso è vero, ma io volevo fin dall’inizio arrivare a quelle pesanti… è che mi è toccato passare da quelle leggere! Invece tutti creano affezione come singoli minuscoli provinciali ma unici e dilettevoli. Beccheggiano in questo romanzo sintetico, fumoir e sempre maschile, sempre branco e quel che rimane, donne colorate o dark, perennemente spostate dalla verticale di una relazione stabile e se non ci fosse Lisa, le relazioni stabili non sarebbero neppure quelle dei genitori che sono sempre singoli o per struttura o per mancanza di comunicazione. Donne sole che sparigliano maschi coesi e assorti a galleggiare nel Valdarno, sul poco a disposizione e sulle carte di Magic. “Come hai cominciato a bere?”. “Mah, così, a venticinque anni, per combattere l’effetto delle canne…” Possibile che vivere da solo significhi dover venire a patti ogni sera con la malinconia? A parte quando ti ubriachi. Ecco, peggio ancora. E pensare che volevo tanto sbarazzarmi della mia eterna fanciullezza. Bel risultato. Gli interessi in comune è il racconto, ventoso- quanto vento cattivo c’è in queste pagine?- di una eterna adolescenza in un mondo che chiede poca responsabilità ma pretende coerenza al comune senso nel naturale svolgersi delle cose e Santoni è bravo a rimontare il puzzle di questi cinque o sei uomini stretti da un legaccio, mai abbastanza emostatico, che è vizio di affetto più che di assuefazione. Ed è perciò che le tinte pastello della lingua e il vizio, così come si mostra, chiudono il lettore in un benessere laico e qualsiasi dove la vita comunque vuole vivere. E insieme agli altri. Per noi che se ha le canne è un ganzo se beve è un ganzo se ha le paste è un ganzo se ha la coca è un ganzo, ma se ha la roba, ah, be’, quello è un tossico. V. Santoni, Gli interessi in comune, Feltrinelli (2008), pp. 269, € 13,00.

spaperopoli schieppati

Perché la notte, nei fumetti, se arriva, sorride. E placido, sorridente di sorriso idiota, t’addormenti. Spaperopoli è il posto più piccolo del mondo, infinitamente riproducibile e personalizzabile, come un’auto o un giubbotto jeans anni ottanta coperto di spille colorate. Spaperopoli è (s)montabile con viti smerigliate di acido e mensole parallele a visioni fumettistiche di paperi felici che virano dal grottesco al truce all’acrilico e ciò nonostante continuano a far compagnia a chi li evoca e a preparare torte a chi li reclama, a uno spaperino qualsiasi e uno solo nel senso dell’aggettivo indefinito. Perché non importa cosa o chi ti tiene a galla nei suffumigi ammoniacali o marroni di un bagno della stazione dei treni. Non importa che sia il bello il buono o il gustoso, se davvero ti fa galleggiare. Spaperino che galleggia nei bagni pubblici della stazione tra lo sferragliare delle carrozze, le pazzie mezzoerotiche di un centauro a rotelle, le dolcezze di una donna che ha perso un uomo con le mani grandi in un bosco ancora di più, le lamentele didascaliche di un eterno studente universitario che è una groviera di buchi rossi e le visite di un boa rosa che lo paga perché si lasci stritolare, si salva. La mia pulviscolare parte cosciente. A ogni riga Schieppati convince a scommettere su una salvazione che non ha nulla di eterno ma tutto di presente. Regalo e riappropriazione di un oggi. Colore di inchiostro nero a cancellare un papero solo. Gianbattista Schieppati con una prosa allucinatoria né claustrofobica getta il (giovane) lettore per centosettantapagine in un luogo umido che unge solo a leggerlo, la cui unica uscita è solita e minacciata dalla grande volta del mare al contrario imbrigliato nei pantografi. Paura dello spazio aperto e vuoto e della noia e del silenzio. Silenzio e ronzìo. Spaperopoli è un oggetto letterario che ha un ritmo che a un certo punto si spezza ma che riesce comunque a scendere e, ad accompagnare, negli anfratti di una allucinazione pura solitaria e una nel senso di unica. La scansione in capitoli è convincente e accattivante, non è né (forse vuole essere) 101 Reykjavík o il catalogo del giorno dopo del popolo della notte, ma è un buon racconto, ben scritto e che rivela la sincera abilità di Schieppati a descrivere i luoghi in tre dimensioni utilizzando “solo” le parole. Spaperopoli si vede. E allora ho due passi dentro, nelle carni: un moto semplice e naturale tutt’uno con l’impulso e la forza per dargli atto. G. Schieppati, Spaperopoli, Casini (2005), pp. 170, € 16,00.

6 Responses to “tempo percepito”


  1. […] di servizio Maggio 25, 2008 Segnalo una bella recensione de “Gli interessi in comune”, firmata dalla scrittrice Chiara […]


  2. Bella la recensione sugli “Interessi in Comune”.

    ***

    grazie Ale!
    chi


  3. […] romanzo edito da Feltrinelli (leggi queste recensioni: la mia rapida e rapita da Anobii e quella di Chiara Valerio) Fateci un salto, anzi […]

  4. ndr Says:

    sono venuto qui apposta (a parte che passo quasi ogni giorno ogni giorno) per leggere Gli interessi in comune.
    Uffa, però.
    Un altro libro da leggere;-)
    bella.

    ndr

    ***

    beh io sono contenta che tu passi di qui di tanto in tanto di tanto in tanto è quasi come prendere un caffé in differita in un bar. grazie ndr ;-)
    chi

  5. ndr Says:

    beh, non è facile. il caffé in differita. ma, come disse quello, ci stiamo attrezzando;-)

    ***

    ;-)
    chi

  6. cuius eius Says:

    grande!

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