esercizio di realtà

29 luglio, 2008

 

C’è una città di frontiera in una Europa di guerra e due bambini che parlano con una voce sola e solo col tono sottile intransigente e privo di pregiudizi della curiosità fanciulla. Quella che spinge a spalancare gli occhi sul sole. Lucas e Claus si confondono fin dal nome, si mischiano, ci incantano con la loro bellezza nella quale tutte le crudeltà le incongruenze bizzarre, gli appetiti sessuali della gente che vive di espedienti, si risolvono miracolosamente e senza giudizi etici. Nulla è disdicevole. La Trilogia della città di K. è un libro assolutamente immorale. Non leggetelo se avete sentimenti che non potete dire vostri con assoluta sicumera. Ve li strapperebbe. Se fossero indotti da una qualche sociologia li estirperebbe lasciandovi senza sangue. È un libro immorale. Non ci sono le sfumature delle indecisioni, delle incertezze, mancano le consolazioni della fede e della letteratura, le persone non sono tetragone, non buone infinitamente buone o reiette definitivamente reiette. Stanno nel mezzo ma senza nessuna virtù. Si adagiano vuote di ragioni superiori, sopravvivono, si barcamenano. Claus e Lucas crescono uno e la loro separazione è l’aborto di una figura mitica con due teste e quattro gambe. Perfettamente stabile. E autosufficiente. La struttura della trilogia pure si sbilancia. Il grande quaderno, raccolta delle avventure “paradisiache” dei due gemelli gemma in La prova e La terza menzogna che sono le cronache visionarie della vita dell’uno senza l’altro. Lucas è rimasto Claus partito, Lucas scrive ogni giorno sul quaderno affinché Claus al ritorno possa riconoscersi. Sembrano uomini fatti questi due personaggi che per due terzi del libro non arrivano a ventitré anni. Non hanno la barba ma il loro volto è ugualmente ombreggiato dalla maschera nera della disumanità degli uomini, dall’esattezza spavalda nell’intuire e spiare i desideri degli altri e dall’incredibile cameratismo con chi sta ai margini di qualsiasi certezza. Di qualsiasi punto fermo. Lo lecca, lo cavalca o ci piscia sopra. Lucas e Claus. Così. Esercizio di immobilità. Agota Kristof ha la scrittura scarna livida e tagliente della prosa senza aggettivi, priva di subordinate, con pochi cadenzati segni di interpunzione. Io che non so leggere la musica ho trovato ipnotica la successione di punti virgole trattini e una volta finito mi sono chiesta come ho fatto a stare senza. Duro e commovente.

A. Kristof, Trilogia della città di K. [1987], Einaudi Super ET (2005), pp. 384, € 10,50.

3 Responses to “esercizio di realtà”

  1. kli Says:

    chi, Agota è davvero una luce nel buio (come diceva Doris. si lo so che Doris proprio non ti piace dai…)
    ;-P

    ***
    io adoro doris…
    ehm
    ;)

  2. kli Says:

    ops. ma doris il premio nobel? perchè ricordo che non ti piaceva tanto? (perchè l’ho sognato?)
    ***
    no, no non hai sognato… solo che dalla litote alla negazione…
    diciamo, come direbbe una mia cara amica, che “non la preferisco…”
    hihihihihihi

  3. kli Says:

    siete complicati VOI artisti eheh

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