si piegò su di lei come un miope sulla pagina

29 luglio, 2008

E di ciò non si voleva giustificare: né perché era donna, né perché qualcosa in lei non lo era stato; né perché era madre; né perché qualcosa in lei non lo era stato; né perché era moglie, né perché qualcosa in lei non lo era stato. Mondanità è la storia di un castello, di quattro uomini, molte donne e un gatto. Anzi del gatto, che se lo guardassi per un minuto negli occhi, finirei con l’arrossire, e che passa come un ago da tappezziere in una trama di garza. Il gatto sconcerta, strappa. Tuttavia, prima che il gatto salti sulla tavola della cena, intorno, c’è la famiglia costituita da Hannibal, Niki e Sophie. La famiglia è allargata da Sophie in un delta di rapporti adolescenziali non consumati o fuligginosi, donneschi nonostante Hector, ed è slabbrata da Niki che, tendendo alla completezza, non fa che fuggire davanti alle approssimazioni del mondo, o forse non fugge, si sposta. Hannibal è ancora un bambino, ma già gli è scappata di mano la magia infante di evocare spettri e lasciarli andare. Gli spettri di Hannibal, allettato nel castello, rimangono, ristagnano e alzano la febbre. Non c’è quasi dolore più grande; dell’inefficacia degli altri verso di noi, della nostra verso gli altri. Ogni amore ne è dannato, si misura con essa come con la propria futura, necessaria sconfitta. Hannibal, Niki e Sophie sono una trinità scazonte, per il bastone di Niki e il cavallo mancato di Sophie, che mai si riconduce a uno e per questo Mondanità è il tentativo di ricostruzione di una identità femminile attraverso una ridefinizione di rapporti familiari. Mentre parlavano l’uno guardava sopra la testa dell’altra, e l’altra guardava per terra, come se aspettassero altre due persone. Altre persone che puntualmente arrivano, affollano, si negano, si travestono. Parafrasando Orlando di Woolf per il quale Ogni cosa è sempre qualcos’altro Ginevra Bompiani compone un libro dove Ognuno è sempre qualcun altro. Identità femminile che transita attraverso una adolescenza asessuata, sbocca in un matrimonio di verbezza e condivisione, si attutisce in una età adulta dove il corpo dovrebbe comparire almeno come limite invalicato dei pensieri, delle defezioni, e delle intransigenze. Sophie si piegò sul suo corpo, cresciutole accanto come un cespuglio selvatico: «Dammi una patria», disse al suo ventre; «Dammi una patria», disse alle sue mani, alle sue gambe, ai suoi piedi lisci e intatti. «Prendetemi con voi», invocò. La scrittura di Bompiani, colta di aggettivi evocativi e di tempi ammobiliati, è epigrammatica, apodittica, arguta, tagliente, angusta. Per gioco sarebbe possibile campionare Mondanità di quattro righi in quattro righi e tirarne fuori un libello di aforismi da sfogliare per farsi ombra nei giorni di sole e luce nelle notti di pioggia. E per restare inquieti, acquattati come lepri davanti a qualcosa che pure rimane oltre la comprensione del lettore attonito e a tratti sperduto. Poi, non sapeva rimpiangere che quegli improvvisi fuochi di delusione che l’avvertivano di essersi trovata per un momento di fronte al reale.

G. Bompiani, Mondanità, La tartaruga (1980), pp. 109.

2 Responses to “si piegò su di lei come un miope sulla pagina”

  1. kli Says:

    che meraviglia di titolo (secondo bicchiere di merlot ma sono sincera)
    ***
    il titolo del libro è grandioso. e quello della recensione è sempre escerto dal libro. eh beh!

  2. kli Says:

    ahn adesso capisco. tipo: il destino segue sentieri tortuosi”

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