F come. [Fattori, Fazzi, Fabulae].

25 agosto, 2008

Piccoli sogni in abito blu [consigli e incidenti] (…)meglio non rigare dritto tutta la vita, meglio non occuparsi della disposizione degli invitati al ricevimento di nozze, meglio non costruire bifamiliari con i futuri suoceri, meglio non amare fino a farsi sanguinare il cervello, meglio non stritolare i giorni al bar del paese, meglio far finta di nulla(…) C’è un uomo che passeggia con un cellulare e abiti smarcati per un piccolo paesino della bassa. Che odia i segnali stradali e le viuzze asfaltate quasi fossero imperativi assoluti che riportano sempre alla vita di prima. Passando per il senso di colpa, le indecisioni repentine e appena per la geografia. L’uomo col cellulare che dardeggia di messaggi arguti folgoranti o arrabbiati si guarda intorno e descrive coetanei invecchiati male o mai cresciuti o pieni di banalità e mazzi di figurine. Uomini che ingurgitano un panettone che non gli è mai piaciuto. Morti. Ci sono due ragazze, una con gambe intrecciate come cesti di vimini a conservare frutti rubini l’altra con le ginocchia snodabili quanto i bracci di certi compassi che descrivono circonferenze equatoriali. Le ragazze sono amiche in qualche senso scomposto in tessere di confidenze invidie ragazzi da sedurre e corpi da succhiare. Giusy, con la Y e i fazzoletti di carta sulla pancia, è fidanzata con Carlo che pare una intera pubblicità per famiglie e Rebby, senza specifiche ma con un tanga, è libera di rincorrere uomini come fossero farfalle con un spillo attraente da fissare su una base di velluto rossa. Ale conosce entrambe perché il paese è piccolo, Franca sempre la stessa e i turni a lavoro sfasati di novanta gradi. Inconciliabili. La gente mormora, giudica e molto spesso non vede. Non è per la nebbia. La coppia è fissa e asfissia anche un poco solo aggiungendo tre lettere. Amo. Alienazioni Padane beccheggia tra un romanzo di cappa spada sbuffi e pulsioni e un manuale di comportamento per persone critiche pignole e forse snob che vogliono normalizzarsi, comunicare col mondo. Non posso dire Mi è piaciuto, non amo Sergio Caputo e la grammatica di Fattori è appiccicata di sudore desideri sessuali violenti e interrotta da puntini sospensivi, ma piuttosto Mi ha fatto ridere, incuriosito e tenuto attaccata alle pagine a vedere dove andava a finire la storia. Che è rosa gialla e nera senza spezzarsi in incongruenze, senza che la trama si perda. Dove finisce Alienazioni Padane? In un canale che accompagna insieme a un filare di alberi la curva di una strada laterale? In un campo di grano dorato come in una favola di gnomi? In una lettera di un amplesso impossibile? Dove finisce Alienazioni Padane una volta accettata l’evidenza che Fattori sa scrivere e dire? Fuori il rombo dell’auto di Carlo, i suoni elettronici dallo stereo, solo per tenerlo sveglio fino a casa, il motore è un diesel, ci sono le candelette poi bisogna tenerla un po’ a motore acceso prima di mettere la prima e sparire nell’universo, in qualche sistema solare periferico fuori dai coglioni. S. Fattori, Alienazioni Padane, Gaffi (2004), pp.140, € 7,00.

Così vorace l’immaginazione che tu non ci sei più L.A. avrà venticinque anni per sempre. Ma non è un uomo elegante congelato in un ritratto, è un’operaia tessile allontanata dal telaio e una donna bloccata da una violenza. Ti sei riavuta dalla sorpresa tesoro? Lisa Accorsi potrebbe rimanere bloccata per sempre se qualcosa dentro di lei, a un certo punto, al buio e in una stanza, non le sdoppiasse la voce e non facesse sì che tutto, nominato, finisse. Ferita di guerra è un romanzo di parole che liberano e di percezioni che niente hanno di allucinatorio. È una storia esatta intessuta di luoghi evanescenti e amici-fratelli-di-sangue senza sangue. Perché. Lisa non si vede e Paola non si vede e Luca non si vede. E anche Elena non si vede ma è diverso, Elena ha paura. Solo Sandro appena balugina, al buio e con una birra in mano. I protagonisti sono solo quello che rappresentano, non hanno fisicità. Sono miniature, incisioni di fisiognomica, tarocchi per leggere l’evoluzione di una vicenda che è universale e che pure non potrebbe essere che particolare. Perché c’è un corpo e un altro corpo che lo viola. Il mio dolore che è tutto il dolore del mondo non è una esperienza universale. È la negazione di questo convincimento di pancia a rendere Ferita di Guerra così particolare. Perché. Fazzi ha scritto che se è vero che il dolore non è universale è altrettanto che il singolo è un grumo di conoscenze ed emotività e che se Lisa è stata violentata pure le sue terminazioni periferiche che sono Paola e Luca e l’uomo che la chiama Liz perché è suo padre e la donna che la manda a casa con una pentola di tortellini perché è sua madre sono state violentate. È assurdo, reale e forse vero. Pericoloso. Perché leggere Ferita di Guerra significa accettare l’impossibilità ultima di essere soli, di andare alla deriva, significa fermare l’auto nello spiazzo notturno di una strada collinare guardare in basso e cogliere la meraviglia delle luci invece del fascino del baratro. E quindi, salire in macchina e ripartire, pensando che sei capace di nominare questa separatezza. La punteggiatura di Fazzi procede per sottrazione, le virgole scompaiono a ogni pagina e i punti interrogativi si moltiplicano a uncinare gli occhi sui corsivi iterati che danno la nausea che devono e che impediscono di respirare correttamente. A me piacciono i libri che fanno singhiozzare. La possibilità di stabilire le distanze e le vicinanze con le cose e con gli altri e come dentro questa possibilità, questo equilibrio di relazioni, ci sia il significato stesso dello stare al mondo. G. Fazzi, Ferita di guerra, Gaffi (2005), pp. 244, € 7,00.

One Response to “F come. [Fattori, Fazzi, Fabulae].”


  1. ho appena presentato il libro “panchine” di Sebaste, è molto bellino

    un bacio,
    V.

    ***
    secondo me sebaste è un grande ed è pure un intellettuale molto trasversale. insomma vanni ci piace.
    bacio a te.
    chi

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