La menzogna e il sortilegio di Martino Bux

3 settembre, 2008

Per quell’attimo infinito mi sentii mancare, capii che Toni era la mia unica unità di misura umana, l’unica relazione con cui valutavo la mia percezione dell’umanità. Quando sarò, o se io fossi, Martino Bux mi farò marchiare io pure a fuoco, sul braccio, come un vitello da latte, il simbolo o il nome della mia appartenenza. Della mia percezione dell’umanità. Tutti dovremmo. Perché desideriamo cose molto comuni. Di essere circondati, di segnare i confini ed essere stretti in un cesto umido di braccia e umori. O di essere amati, semplicemente. Perché ci raccontiamo storie inversomili, perché siamo sordi e romantici e testardi e vendicativi e fasci talvolta. Perché anche i fasci immaginano e stordiscono di intenti inevasi. Tutti desideriamo corresponsioni. Affettive economiche sessuali intellettuali. Martin(o) Bux blatera come se passasse la vita a camminare, come se piovesse, coi pugni in tasca, quasi un brontolio, e invece sta fermo, alla guazza. Un uomo imperniato. In un call center, nella propria stanza da letto, in un autobus che squarcia San Lorenzo o in un treno di protesta che non parte perché piove. In un tradimento biondo che non vuole e che non riesce nemmeno a nominare. Nelle invidie da tabaccheria per quelli che guadagnano più della soglia di galleggiamento, nella soglia di galleggiamento. Nell’impotenza di spedire lettere a destinatari troppo noti e di non spedirle a Toni. È Il discorde concerto dei morti che trasforma, in Vita precaria e amore eterno, il brontolio insopportabile e misericordioso di Martino Bux in preghiera laica e addirittura evocazione. I morti ti chiedono conto di tutto. (…) delle tue rivendicazioni sociali, sindacali, parentali, sanitarie e di tutto quello che non hai il coraggio di chiedere. Ma solo di desiderare. Guarda e parla e tutto gli passa intorno e attraverso, Martino è presto un fantasma perduto dietro a visioni sessuali di madri ben tenute e figlie lolite colte e altruiste. Lolite partite per il continente nero e in attesa di tornare. Lolite in attesa di purificazione dalla borghesia occidentale e dalla periferia dell’impero. Lolite il cui culo è un sacrario. Toni è lolita il giorno di carnevale. Non spedire lettere a Toni, aspetta. Il perno è l’attesa, l’unica cosa che si può scegliere. Attendere o non attendere questo è il problema e se sia più nobile. Se sia più nobile chi?. Bux junior non ha niente di aristocratico nel linguaggio e nei pensieri e nelle azioni e nell’odio di classe e dietro all’elegia di Perla Mazza e al polveroso savoir-faire di Andrea Sperelli, intorno a una teogonia inversa e sozza di parassiti e sfortunati e inebetiti di immigrati di grassi di brutti e di tutti. Martino Bux è junior perché c’è una famiglia Bux, tutta intera, venuta via dalla Sicilia infame e cartone di scritte di mafia e guerra fredda e soprusi e strade larghe e senza ombra, dove nessuno aveva il coraggio di camminare per non provare una frustrante forma di smarrimento. Martino Bux ha un padre ed è sua madre, niente di più, niente di meno. Niente di più bello in questo romanzo che le tre brevi storie della famiglia Bux. Vita precaria e amore eterno è un libro zeppo di fatti e considerazioni (troppo pieno?) con al centro una storia d’amore struggente e malinconica. Come tutte le storie a distanza. Come tutte le distanze che sembrano incolmabili e se non lo sono lo diventano. Perché c’è il tempo e i fatti e l’incapacità e il gesto ritratto e il caso e Mario Desiati che è uno scrittore di ambientazioni e di sfondi e che in mezzo a invettive ha boccioli di prosa. Baci che danno sonno, il titolo stesso, le perle di acqua salata schiacciate tra il pollice e l’indice, drugstore perpetui, altro. Scrive del tono epico della piccineria quotidiana, del malumore generazionale, della classe e della trasformazione del tuo amato e odiato paese in un grande cinema tridimensionale, della protesta, costruisce un personaggio irritante, pusillanime e senza assoluzione. Vita precaria e amore eterno è un romanzo senza clemenza, come il mondo che descrive, dove i visionari perdono se non la vita almeno una casa. Tutto è insondabile, ma per un solo attimo, un attimo immenso riesci a vedere tutto quello che le loro menti proiettano. In questo stesso attimo che non finisce mai un forte bagliore ti toglie la vista. Le sfere affettive, le bugie, le paure, le bollette da pagare restano in sospeso. M. Desiati, Vita Precaria e amore eterno, Mondadori (2006), pp. 217.

su Nazione Indiana la mia recensione de Il Paese delle spose infelici (Mondadori, 2008) http://www.nazioneindiana.com/2008/09/03/giri-di-parole-per-rovistare-nell%E2%80%99abisso/

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...