rassegna di narrativa italiana 2008 #1

23 settembre, 2008

[Le recensioni che seguono si trovano nella rassegna che ho curato per il numero 43 (III/08) di Nuovi ArgomentiGeneri coloniali in libreria dalla metà di Settembre 2008].

Kammerspiel – Paolo Colagrande Lo spazio bianco – Valeria Parrella Il contagio – Walter Siti All’immobilità qualcosa sfugge – Max Giovagnoli Acido Lattico – Saverio Fattori La casa madre – Letizia Muratori Gli interessi in comune – Vanni Santoni La solitudine dei numeri primi – Paolo Giordano Ali di babbo – Milena Agus Sacrificio – Giacomo Sartori

 

 

 

 

Cogito principesco (Kammerspiel, P. Colagrande, Alet)

(…) per non parlare di quell’abate del Diciassettesimo secolo che ho già nominato un paio di volte in questa travagliata cronaca che diceva che il parlare e lo scrivere sono movimenti scomposti del corpo, che dovrebbero inscriversi al sacro paradigma del silenzio, o del controllo degli orifizi, secondo certi trattati del Seicento che dicevano di limitare al massimo le emissioni corporee. Di Kammerspiel è improbabile e ingiusto azzardare sinossi. Perché la storia sta pure nelle parole scelte, nella grammatica, nell’assenza sacrosanta di certa punteggiatura e corsivo, nell’accanirsi su certi maiuscoletti del soggetto a e del soggetto b. Kammerspiel di Paolo Colagrande è un romanzo trascinante, ironico e intelligente. È pure colto ed estroflesso e raffinato. Ed è anche un romanzo da molti altri grappoli di aggettivi. Che però a metterli qui dentro, uno dietro l’altro, a infilarli, sembrerebbero una intenzione di palificazione intorno a una storia spumeggiante e fluviale. Nel senso che se si tenta di resistere alla corrente, di ricollegare idee a concetti e concetti a nomi e nomi a cognomi e cognomi a teorie, di comprendere insomma dove le parole guizzano veritiere o rocambolesche o proprio sfottò, si affonda senza misericordia. Perché l’intelligenza porta all’orgoglio e l’orgoglio non è mai una cosa buona come suggerisce Neride Bisi. Che poi è il nonno trapassato del protagonista. Che è l’io narrante e anche l’autore di Kammerspiel. Dove Kammerspiel non è proprio questo libro ma più che altro un sintomo. Che qualcosa nella vita di Bisi, marito dell’Emilia, padre del bambino Ale e nipote del già citato Neride, non gira nel verso giusto. Se poi ce ne fosse uno. C’è troppo affanno. Infinito affanno che la penna di Colagrande modula con altrettanto infinito brio, dall’asma al fiatone al respiro coatto all’apnea. (…) adesso ci sono due categorie che vanno forte, quella degli scapigliati postmodernisti tribali messianici con icone allegoriche crepuscolari sui polsi o le caviglie o anche vicino all’inguine o dentro l’inguine e con vestiti d’alta sartoria etnica, e invece quelli che rientrano nel settore salutista d’impresa, fitness e beauty farm e negozio didascalico dei vestiti firmati o negozio culturale di scarpe diplomatiche. Si potrebbero usare termini come Metaromanzo e indossarne altri come Florilegio, tracciare iperboli che su un asintoto portano il Colagrande di Kammerspiel e sull’altro il Saramago di Memoriale del convento, tacere ellissi su un tavolo funzionalista lungo per sempre o su un tenue pastello socialdemocratico o sul progresso leibniziano dell’imbarcazione della specie o su Manzoni e I fidanzati, si potrebbe andar giù specifici con tutte le curve matematiche che, al contrario delle coniche, non sono figure retoriche o vangelo. Ma l’evidenza è che se Paolo Colagrande di mestiere intrecciasse vimini io ne riempirei le stanze. Per rigirarmeli tra le dita, ammirata. Questione di intrecci e di certe pagine, che pur avendo sostanzialmente due dimensioni, fanno spessore da sole, una per una. Insomma le mie notti disperate rimangono fatti molto marginali nelle complesse dinamiche del cosmo.

Lei lo sa signora? (Lo spazio bianco, V. Parrella, Einaudi)

E là dovevo avere fatto la faccia di una madonna che non aspettava più l’annunciazione, perché l’infermiera mi aveva portato un bicchiere di acqua e zucchero mentre io telefonavo al padre. Lo spazio bianco di Valeria Parrella è un romanzo esile e autentico. Che forse sono aggettivi propri delle storie che invece di procedere per categorie avanzano per problemi da risolvere. Dinamici invece che contemplativi. Di singolarità piuttosto che di umanità. Verità è bellezza, bellezza è verità. Lei lo sa signora?. La particolarità de Lo spazio bianco consiste nel tenere serrata su una cruda parabola evolutiva una donna, Maria, ferma nelle proprie considerazioni sul mondo e appena incapace di uscire dalla propria testa. Se non fosse che un parto è un gesto di estroflessione, oltre che un presente indicativo che impone di lasciare la banchina della vita di ieri. Non sono buona ad aspettare, aspettare senza sapere è stata la più grande incapacità della mia vita. Irene è nata prima, Irene galleggia in uno spazio nebbioso e lattiginoso e tenta di guadagnare la normalità, di essere un neonato qualsiasi con pianto, respiro e suzione, Irene forse non riuscirà ad acquisire l’ordinario e la Medicina, negli occhi blu del giovane medico, abdica al linguaggio specifico per passare a tremolii stregoneschi, domanda invece che ipotizzare. La Medicina. Lei lo sa signora?. Maria insegna materie letterarie in una scuola serale, è cresciuta in una provincia troppo prossima all’enorme metropoli per essere immutabile, ha avuto un padre operaio in quegli anni e una madre né coraggio né altro, ha studiato tutto quello che poteva, avuto uomini e desideri, fuma, prende la metropolitana, mappa la dislessia a Napoli cercando le r perdute in certi strati sociali, pensa, pensa troppo Maria e non si dà pace, quasi pensare fosse sinonimo di suppurare. Non che lo sapesse prima, o lo temesse, è stata Irene a rinnovarle il dizionario dei sinonimi e contrari. Lo spazio bianco ha urgenza di dire e avvinghia gli occhi e le orecchie alle pagine con il mantra Lei lo sa signora?. Lei lo sa signora?. Lei lo sa signora?. La prosa di Parrella è propria, si concede alle metafore, alle digressioni colte, al divertissement, alle intersezioni suggestive con parole e suggestioni di altri, balugina di commozione, se avesse tenuto stretto il fine della singolarità invece di cedere a cenni di contestualizzazione (i topi, la scuola, la rete tranviaria di Napoli, gli studenti di filosofia, le droghe leggere, la vita in fabbrica, gli extracomunitari, la campagna elettorale televisiva) sarebbe stata anche affilata, esatta, avrebbe reso tridimensionale tutto, fuori e dentro, come ogni titubanza di Maria e il primo sorriso di Irene. Stava nel mio braccio, la tenevo, mi sentiva e io le sorrisi. Non quella smorfia che mi ero calcata in faccia al primo momento, quella che era solo la variante socialmente accettabile di una fuga. Proprio un sorriso di quando, in un momento nella vita, sbuca una cosa inaspettata e piena e tua.

Ma che è questa etica. Una bestia feroce? (Il contagio, W. Siti, Mondadori)

Il tempo e lo spazio sono mediazioni culturali: i borgatari non hanno né lo spazio per essere né il tempo per costruirsi. Il contagio di Walter Siti è una storia di periferia. Uomini per cui il corpo è un riscatto, donne per le quali un titolo di studio è un blasone, persone per le quali le parole hanno la grammatica dei gesti e degli umori, individui per cui la cocaina è una prova ontologica prima che un vizio. L’attrazione del vuoto trova nella cocaina l’interprete più autorevole, la segatura di una semantica agli sgoccioli. È un romanzo di approssimazione, di appercezione e di rischio. Più che un insegnamento è stato un contagio: sono tornato da una spedizione etnografica e i bacilli si sono incistati nel mio sangue. La storia comincia nell’appartamento di un palazzone di case quasi popolari, quasi occupate, quasi oneste, si assesta sulla linea del quasi e irraggia sbocchi narrativi, persone e cose. Procede per induzione dal particolare concreto concretissimo delle natiche di Marcello fino al generale astratto astrattissimo di una urbanistica confusa da committenze inesatte, pretese angelicate e svincoli autostradali infernali. Il contagio è un romanzo di affresco, minuzie e pensiero che trascina il lettore in un gorgo dove la prima sensazione percepibile è quella (meravigliosa) di girare e girare e girare ancora fino a fermarsi nonostante e guardare tutto dal centro. Mentre il resto continua a voltare. E il resto è il mondo. Il contagio ha una struttura centripeta e di certo, nella piazzola di quiete, sta il professore, un po’ assiso, un po’ satiro, un po’ collezionista di attimi e dolore carsico, emotivamente coinvolto sia da un mondo diverso (una terra promessa da scontare domani) sia dalle proprie sensazioni sulla diversità di quel mondo. Più basso e più alto di chiunque il mio dio mutilato. Il professore è la propria lente deformante, il proprio specchio convesso, il proprio horror vacui e il proprio gioco di pazienza. Di tempo e di spazio. Rovesciamo sugli altri i nostri parametri senza l’increspatura di un dubbio. Il professore è una mediazione culturale perché seguirlo è indossare un paio di lenti verdi. In ultima analisi sì, il mio grande amore è stato il lapsus di un puttaniere, l’escrescenza tumorale di una transazione di affari che altri avrebbero gestito con cinica contabilità. L’amore è, in particolare, quello per le terga e per le fasce muscolari, la tensione è, in particolare, quella di un grande amore normale, in generale però, l’amore e la tensione di Siti è Lucidità non vuol dire essere ciechi alle riserve di mito che ogni agire umano porta con sé, è l’Intimità è rivoluzione è, per usare parole di Yourcenar, La bellezza non ha bisogno di agire per essere perché in essa ha un che di grave. La scrittura di Siti salta affilata dalla descrizione all’introspezione all’amor di sé al documentario all’io c’ero o potevo esserci, tanto che Il contagio, con maestria e commovente bellezza, inocula, nella struttura del Romanzo, la medesima indistinzione che, sempre più, nelle strade di Roma, mescola il centro che somiglia a un outlet e la borgata dove il centro commerciale dovrebbe essere un punto di riqualifica. (…) da lì comincia una confidenza, o almeno un armistizio, un beneficio di inventario.

I fondali bassi di tutti i giorni (All’immobilità qualcosa sfugge, M. Giovagnoli, Meridiano Zero)

A tratti le sembra tutto vicinissimo e imminente. Un secondo dopo tutto distante anni luce invece, e impossibile. All’immobilità qualcosa sfugge è un romanzo ossimoro. Corale e incredibilmente intimista. Digitale e analogico nei fondali di second-life e solido, fascinoso nella trama di struttura centrifuga eppure ricondotta a uno, scomposta con maestria in tessere che però si ricollocano con continuità in mosaico. Ana, Tommaso, Frank, Claudio, Barbara, X e Vera sono chiusi come monadi e come quelle compongono l’universo policromo e dolente di Max Giovagnoli, accalcandosi le une sulle e altre o liberando l’orizzonte nel tentativo irrisolto di esistenze più tenui. All’immobilità qualcosa sfugge non è un romanzo di appendice o un feuilleton e neppure un saggio teleologico, o non solo, ma un intreccio di storie d’amore e mancanze, di rabbia e insoddisfazione, di malattia e desiderio, narrato giustamente, correttamente, rapidamente come un inseguimento. E ora che quella ragazza sta per addormentarsi lì sotto, io sono qui ancora sveglio invece, nel mio letto, a usare i superpoteri di quando ero piccolo per indovinare qualcosa di lei. Come con mamma, ancora oggi, quando strizzo gli occhi nel buio per chiamarla e per raccontarle quello che succede e come vanno le cose quaggiù. Ma mamma non c’è e quaggiù è impossibile staccare gli occhi e incauto aprire il pugno sull’acceleratore per limitare la bramosia di correre più veloce. Ana era una ballerina, Tommaso uno sposo quasi felice, Frank conosceva l’apnea solo a mare, Claudio era un ragazzo spensierato con la sabbia sotto i piedi, Barbara non aveva figli, X non ha mai avuto un nome e Vera era sempre Vera e continua. Ma Vera è confusa in sé stessa là dove gli altri hanno un obiettivo che li tiene come una lenza da pesca. E questa è la direzione. Da qui si emerge e altrove si affonda e basta. Tutti i personaggi erano qualcosa di definitivo o almeno un canovaccio quasi buono di sé stessi prima che la quotidianità pretendesse una sicurezza, una immobilità, una protervia nelle risposte che nessuno può assicurare. Ana è una puttana, Tommaso un traditore, Frank sta morendo, Claudio è sempre in ospedale, Barbara ha un bambino a distanza e non l’ha detto a nessuno, nemmeno al marito che le ha trafitto gli arti e il cuore, X non ha un nome ma solo una idea fissa, Vera accelera, accelera ancora perché l’idea fissa di X non è più abbastanza. La lingua di Giovagnoli è perfetta, insegue se stessa, tentenna intorno alle titubanze dei personaggi, colpisce e si sporca di sangue, coccola, culla e sospira e All’immobilità qualcosa sfugge è un libro che corre e commuove. Ma c’è qualcosa di più forte ancora. Sa che nella manutenzione ordinaria degli affetti all’immobilità qualcosa sfugge sempre, e che se non blocchi ogni tanto il tempo per adattarlo a te, a come sei, finisci prima o poi – di colpo – a fotocopiare la vita degli altri o a chiuderti, come una anguilla in un acquario.

 

Non ho una vita di scorta (Acido lattico, S. Fattori, Gaffi)

L’atletica ha un potere narcotico. E si prende tutta la mia vita, il resto è corollario al punto centrale: il giorno della gara. Sara non ha consapevolezza nemmeno di questo. Un atleta evoluto ha bisogno di una fidanzata tranquilla e con poche pretese. Di modesta intelligenza, l’aspetto fisico è secondario, anzi è preferibile una tipologia di femmina poco appetibile per gli altri giovani maschi. Si evitano escursioni emozionali. (…) È tristissimo. Pare davvero che l’energia vitale sia quasi interamente esaurita dalla corsa. Acido lattico è un romanzo maschio e rancoroso. È bello senza ritenzione idrica e sfoggia muscoli ben definiti. Con potenziali di miglioramento valutati e poi cronometrati. Acido lattico è la storia di una disfatta. Sempre perennemente annunciata, cercata, evocata e alla fine ottenuta. Noi atleti siamo esseri commoventi. Stupidi. Molto stupidi. Ci affezioniamo alle scarpe. Che si possa tagliare un traguardo a mani basse tenendo in mano sacchi neri zeppi di diciassette paia di scarpe e di tute più care di fratelli o sorelle, della vita di prima che pure è l’unica possibile, fa parte della magia narrativa di Saverio Fattori. Il fatto di correre forte da bambino mi ha rubato l’infanzia. Poi l’adolescenza. Correvo oltre, ero sempre nel posto sbagliato. Al centro di questa storia, quasi sempre in pista, c’è Claudio Seregni, classe millenovecentottanta, promessa dell’atletica italiana e di se stesso. Ossessionato dalle potenzialità che possono non attualizzarsi, che non si attualizzeranno. È statistica. Claudio raccoglie minuzie, colleziona, cerca brandelli di storia personale in mezzo al grande flusso delle vicende del resto del mondo. Come tutti o quasi. Solo che il resto del mondo, nella narrativa di Fattori, è sempre scisso, monadico, costituito da altri uomini e soprattutto da altre debolezze. Qualcosa che sfugge alla mia natura votata al malumore e al fastidio. Claudio Seregni che pure dice di non amare la fotografia perché la vita è così lineare che non bisognerebbe trattenerne proprio nulla, si circonda di icone, debacles di altri atleti, o mezzi atleti, ferma l’immagine lì dove la promessa s’è rivelata conato, o spasmo e poi s’è persa. Non c’è ricircolo tra il mio corpo e l’universo. Seregni Claudio, classe millenovecentottanta, vive in una galleria muta di belle speranze sempre avariate mentre Acido lattico, classe duemilaotto, galleggia affilato in un italiano pieno di sospensione e quasi di poesia pur tra i termini tecnici e le considerazioni urticanti di un personaggio fascio e disperato, omofobo e reazionario. Fattori, con occhi itterici e cerchiati di viola, e una penna inclemente descrive un mondo di fatica non necessaria ma ariana e regala una lettura ripida, documentata e verosimile di un mondo avvizzito sulla mancanza di sponsor, confuso da tutti coloro che non vogliono invecchiare, un mondo di uomini per uomini, e in indefinito, perenne confronto con approssimazioni che non dovrebbero esserci per tutti quelli che, per diritto di nascita e abnegazione, possono sedere al desco degli dei. Non so chi sei. Vorrei solo che ti scordassi di questa storia, che in ogni caso non è la tua storia. C’è dolore. Davvero troppo dolore. Anche per me, che di dolore mi nutro.

Bimbubalegiù! (La casa madre, L. Muratori, Adelphi)

Tornai in classe convinta che le sorprese vivessero una dentro l’altra, bastava aprirne una grossa e poi venivano fuori a raffica, come quella strana bamboletta russa che la nonna mi regalava in tutte le occasioni e per questo mia madre la chiamava vecchia taccagna. La casa madre di Letizia Muratori è un libro da scaffale. Si sta lì a guardarlo e protestare per tenerlo in mano. Perché odora di sorpresa a dieci metri e di cipria. La casa madre è il titolo del primo racconto, quasi nostalgico, quasi protervo, quasi giallo in mezzo a una scuola paritaria di bambine tutte rosa in esercizio di maternità e concentrate, da pubblicità e vezzo, sulla cura di una bambola, e signorine intente a misurarsi la distanza tra il bordo della gonna e il ginocchio. L’ambientazione è anni ottanta e ogni bambina sta attaccata alla propria bambola Cabbage come fosse una boa per galleggiare nella realtà. Solo che una bambola sparisce e la realtà galleggia ancora. Fluttua, oscilla, infine straripa come se non potesse essere costretta in un torace di plastica e tessuto. La colpa era una cosa che si appiccicava a chiunque, bastava non tenersela addosso e passarla come la sfortuna quando tocchi il collo della vicina di banco e dici: « Tua senza ritorno». Il secondo racconto, intitolato Il segreto, corre su un fondale estivo e contemporaneo, mai afoso, di provincia e sogno e menzogna. Il segreto attacca bene i bottoni della finzione al tessuto quotidiano, trasfigura senza giudizi la realtà delle circostanze e introduce il gioco come moneta di scambio tra mondi differenti. I bambini e gli adulti, i bambini e la tratta di donne, gli adulti e le curiosità nonostante dei bambini. (…) e trascinavano chili di borse, portafogli, ombrelli su un mantello di plastica lungo come mezza riva del mare. Il segreto ruota intorno a se stesso e a una bella idea, è scritto in un italiano piano che però evoca guizzi e incomprensioni. Era piccola, alta pochissimo più di me. L’amore è meglio se è della tua misura. Nonostante la sorpresa, il grimaldello di perlacea divagazione della realtà, le dichiarazioni di assoluto che solo chi è stato molto giovane negli anni ottanta gode a pieno e la scrittura di Muratori, che è un mezzo efficiente per accompagnare le due storie senza nasconderle dietro le subordinate, La casa madre lascia in bocca un sapore di inconcluso e di eccessivo. Troppo o troppo poco. Appena prima o appena dopo, fuori tempo. Ma è la sensazione di chi scrive e ha sempre odiato le Cabbage e le bambole in genere in quanto sacerdotesse minori di un mondo scomposto dove le costruzioni e i puzzle erano più che sufficienti a ricostruire il mondo. E questo anche, lo so, è stroboscopisco e anni ottanta. Se mi vuoi sarò per sempre il tuo bimbo del campo incantato.

Tempo percepito (Gli interessi in comune, V. Santoni, Feltrinelli)

Sarò fermo e rigoroso, pensa. Il tappetino del cesso gli appare insolitamente invitante. È un ovale di plastica rosa, col finto pelo in poliestere, tutto bagnato: avendo cura di riaprire la doccia così da non destare sospetti, il Mella, ancora in accappatoio, ci si rannicchia sopra in posizione fetale e si addormenta di nuovo. Gli interessi in comune di Vanni Santoni è un romanzo a tinte pastello. Nonostante si presenti come un catalogo di droghe inaggettivabili ma lisergiche è scritto in un italiano nostalgico nel quale le incursioni dialettali affrescano una Toscana-di-quegli-anni e una provincia di sempre. Se fosse uno scritto misto generazionale sarebbe irritante e fazioso. Lascerebbe fuori, bollando come psiconauti mancati, come pavidi impiegati della conoscenza e della curiosità, tutti quelli che non hanno trascorso la propria adolescenza tra paste, polveri, lucciole, stramonio e lanterne. “Cristo, lo sai, forse mi lascio con la Serena… C’è questa Silene che mi manda ai pazzi, anche se non capisco mai che intenzioni ha… però, forse se ci investo più energie, più tempo…”. “Oh, basta, non siamo mica qui per sapere i cazzi tuoi!”. Se Gli interessi in comune proseguisse con quel ciclostile col quale comincia e che, nonostante i tempi, è un a priori, quasi una dichiarazione di intenti, una letteratura che, come chiosa Winterson, anticipa la vita, Jacopo, Mella, Paride, Sandrone, Mimmo, Loriano, Dimpe ed Eleonora, non sarebbero che minuscoli rappresentanti della diffusa afasia di provincia. Te, te sei un problema sociale, con questi sermoni. Se uno spaccia, si assume i suoi rischi. Il Pelle e il Torcia evocherebbero solo caratteristici sopravvissuti ad anni pericolosamente HIV. Dicono che dalle droghe leggere si passa a quelle pesanti… Nel mio caso è vero, ma io volevo fin dall’inizio arrivare a quelle pesanti… è che mi è toccato passare da quelle leggere! Invece tutti creano affezione come singoli minuscoli provinciali ma unici e dilettevoli. Beccheggiano in questo romanzo sintetico, fumoir e sempre maschile, sempre branco e quel che rimane, donne colorate o dark, perennemente spostate dalla verticale di una relazione stabile. Donne sole che sparigliano maschi coesi e assorti a galleggiare nel Valdarno, sul poco a disposizione e sulle carte di Magic. “Come hai cominciato a bere?”. “Mah, così, a venticinque anni, per combattere l’effetto delle canne…” Possibile che vivere da solo significhi dover venire a patti ogni sera con la malinconia? A parte quando ti ubriachi. Ecco, peggio ancora. E pensare che volevo tanto sbarazzarmi della mia eterna fanciullezza. Bel risultato. Gli interessi in comune è il racconto, ventoso- quanto vento cattivo c’è in queste pagine?- di una eterna adolescenza in un mondo che chiede poca responsabilità ma pretende coerenza al comune senso nel naturale svolgersi delle cose e Santoni schiva il rischioso Trainspotting dieci anni dopo [Trainspotting, D. Boyle (19???)] e rimonta il puzzle di questi cinque o sei uomini stretti da un legaccio, mai abbastanza emostatico, che è vizio di affetto più che di assuefazione. Ed è perciò che le tinte pastello della lingua e il vizio, così come si mostra, chiudono il lettore in un benessere laico e qualsiasi dove la vita comunque vuole vivere. E insieme agli altri. Per noi che se ha le canne è un ganzo se beve è un ganzo se ha le paste è un ganzo se ha la coca è un ganzo, ma se ha la roba, ah, be’, quello è un tossico.

Il peso delle conseguenze (La solitudine dei numeri primi, P. Giordano, Mondadori)

Aprì la bocca per rispondere che sentirsi speciali è la peggiore delle gabbie che uno possa costruirsi, ma poi non disse nulla. Pensò a quando la maestra l’aveva messo al centro della classe, con tutti gli altri intorno a guardarlo come una bestia rara, e gli venne in mente che era come se in tutti quegli anni non si fosse mai mosso da lì. Mattia è una bestia rara nonostante cerchi di passare inosservato e Alice, che colleziona stranezze e discontinuità quasi fosse un entomologo impazzito, lo scova in mezzo a mille e cerca di stringerlo a sé. Come fosse un oggetto. Come se per Mattia il farsi oggetto di sé stesso, delle proprie concentrazioni e alfiere di tutte le immobilità elencabili, avesse dato buoni frutti. I frutti migliori. E quei frutti avessero atteso le mani di Alice. Perché aveva paura ad ammetterlo, ma quando era con lei sembrava che valesse la pena di fare tutte le cose normali che le persone normali fanno. Mattia non si muove e Alice non ha fame. Mattia è un matematico e Alice una fotografa. Ne La solitudine dei numeri primi però matematica e fotografia non forniscono sovrastrutture o griglie interpretative delle circostanze, non sospendono la realtà, piuttosto creano inciampi, allontanano, avvelenano il sangue e generano incomunicabilità e forse salvazione. Come se Mattia non avesse occhi e ad Alice mancasse la possibilità di connettere i simboli. A lei non l’aveva mai detto. Quando immaginava di confessarle queste cose, il sottile strato di sudore sulle mani evaporava del tutto e per dieci minuti buoni non era più in grado di toccare nessun oggetto. In quello che potrebbe rimanere un semplice, risolubile, problema a due corpi, Paolo Giordano, in una prosa cadenzata e limata introduce Fabio che è una figura intatta, bidimensionale in un mondo butterato da assenze, abbandoni e silenzio. Fabio sposa Alice e Mattia la matematica. Tu sei mia perché io ti adoro [NdR Woolf, Orlando (1928)]. Come deve essere, come consegue dalla premessa maggiore in un romanzo, a struttura sillogistica, che spesso fraseggia con quello che il lettore si aspetta. Che i matematici rifuggano dalla vita di tutti i giorni, che l’università italiana non assorba giovani menti brillanti e dunque queste espatrino in paesi freddi come le persone pensano siano i numeri e le formule, che chi ha nascosto il cibo nella famiglia dove è nato continui a farlo anche nel nucleo che ha ricreato, che chi non vede per anni un compagno di vita rifiutare il cibo, invero non vuole vedere, che nascondere i coltelli e le lame non impedisce a un altro di sanguinare, sua sponte. Perché la forma è la forma e gli uomini approssimazioni del bene o del male. Del giusto o del caso. La solitudine dei numeri primi rimane tuttavia un libro che si legge al trotto e regala al lettore momenti di gorgo e di groppo e lascia negli occhi la speranza che i numeri primi, in tutta la solitudine che un sottoinsieme può insufflare, rappresentino comunque una infinità discreta. Tanti. Tantissimi. Poi aveva chiuso la ferita nella sua mano e aveva baciato Alice sulla bocca. Lei aveva sentito nella sua saliva il sapore del proprio sangue e si era immaginata che fosse circolato in tutto il corpo di suo marito per tornare di nuovo a lei, pulito, come in una dialisi.

La ragione per cui qualcuno ci prende il cuore (Ali di babbo, M. Agus, Nottetempo)

Quando la vita è un dilemma, madame lava e mette tutto a posto in casa e in cortile (…) e dopo che ogni cosa giusta è del colore giusto, le sembra impossibile che nel mondo regni ancora tanto disordine. Ali di babbo è un libro imperniato su una donna. Su madame, che ha ricci neri e seni floridi. Madame gestisce un albergo con quattro stanze e un giardino che è tutto un mondo, hortus conclusus e mulattiera ripida per scapicollarsi al mare. Che qualcuno vorrebbe comprare per trasformare un pezzo di Sardegna in un villaggio turistico qualsiasi. Madame è un po’ folle un po’ bambina e se avesse un nome qualcuno potrebbe possederla. È magia, e chi possiede i nomi governa cose e persone. E invece tutti hanno una idea di madame, incondivisibile. E ogni idea un nomignolo. Se madame avesse immediatamente un nome sarebbe più di un perno e forse ingombrante. Se fossimo tutti uguali il mondo penderebbe solo da una parte e l’universo ne sarebbe sconvolto. Milena Agus torna con la sua prosa scarna e un poco attonita a rimodellare la forma della sua narrativa, che qui è quasi un gioco dell’oca. Madame al centro di caselle che si avvitano una dietro l’altra per rincorrere e vincere la normalità. Non più i soprabiti ritagliati da stoffe per coperte o i tubini da tende o le camicie da tovaglie. Caselle numerate e simboliche come tarocchi e nomate come un bambino visionario e una quattordicenne fantasiosa, come madri a letto, vicini baciapile e primogeniti jazzisti, come uomini feriti o bugiardi e Leibniz e nonne morte di crepacuore e altre rinsavite col viaggio, come scaramanzie spicciole e continue e un nonno intelligente ed eroe e gli azzurri del mare. Ma tutta questa bellezza spesso ci annoia e sentiamo il desiderio del mondo normale e ci viene il nervoso. Caselle nelle quali, di notte o di nascosto, Agus allestisce un intero lupanare di erotismi per compensare le mancanze di attenzione, di amor proprio, di parole, e pure di possesso. Ali di babbo parla ancora con la voce curiosa e gli occhi vergini di una giovane donna. La quattordicenne fantasiosa, che osserva e odia e si innamora e aspetta che il tempo passi e il sangue cominci a scorrerle tra le gambe. Almeno quanto madame dispera che si interrompa. Per non perdere il punto vita e almeno un uomo. Ali di babbo parla ancora, e con la voce insistente di una giovane donna, di immaginazioni e interpretazioni condivise e di fantasmi e felicità. Forse col limite, piccolo e faceto, della ripetizione e dunque della speranza di leggere presto una Historia Agusta differente non solo nella struttura ma pure nelle piccole, deliziose ossessioni. Bisogna vivere e basta e prendere quello che viene. Intestardirsi con la felicità è superbia e ingratitudine.

Nessun diritto alla luce (Sacrificio, G. Sartori, PeQuod)

Ma felice non è la parola giusta: il suo cuore si impennava e partiva al galoppo, come un cavallo imbizzarrito, quando lo vedeva arrivare. Il suo cuore si sfibrava e strattonava nella cassa toracica, e lei cercava di restare in sella, cercava di restare impassibile. Sacrificio di Giacomo Sartori è un romanzo dolente. Non come può esserlo una ferita all’amor proprio ma come un dente che sta lì per anni, rintanato nel velluto umido della gengiva, e nessuno può curarlo o ne è capace. Dolente e latente, forse endogeno. Perché la morte è una premessa. Frank, Diego, Marta, Anna, Roberto, Katia e Andrea escono con le loro jeep per una serata come le altre, forse piovosa, forse ventosa. Quando rientrano Andrea non c’è più. È morto per niente. Mentre per scherzo le jeep attraversavano il greto di un torrente. La corrente ha avuto la meglio sull’elettricità di un pensiero adolescenziale, avventato o forse appena avventuroso. Attraversare il torrente in piena con la jeep. Dopo la morte di Andrea c’è da smaltire un lutto, ognuno da solo, ciascuno a spostare i mattoncini costitutivi della propria esistenza per ricomporne una nuova, diversa, più forte. Non è desiderio è bisogno di pace. Diego e Katia decidono di sposarsi, Marta continua ad allevare trote ma cambia casa, torna, Roberto cerca di ricostituire la squadra di freccette per un torneo al quale partecipare sotto il nome di Andrea, Frank tenta la normalità di una relazione a due, Anna cerca un compagno a Marta e di ascoltare tutti, di raccordare, appianare, conciliare. Andrea è sempre morto. L’essenziale è sudare fuori la tristezza, la sua corrosiva malinconia. Esplode, se in qualche modo non si sbarazza del troppo pieno di tristezza che ha dentro. Con una prosa asciutta e ritmo cadenzato, incredibilmente atto a tenere serrate le inquietudini, forse solo immaginate dei personaggi, e una lingua che devia da certi epici prati a certi pratici coiti, e mima allucinazioni, Sartori costruisce un calcio balilla di pensiero contro azione. Di recriminazioni contro speranze, di minacce contro aggiustamenti, e posiziona il lettore sul bordo del campo, piccolo eppure scala affidabile della realtà a tentare di smuovere, di salvare uomini e donne confitti per le spalle dal dolore e dal sacrificio di decidere per sé e per gli altri. (…) espirazioni di persona abituata a pensare da sola. Ché la comunità, per i dolori e gli incesti e le botte condivise, deve venire prima dell’individuo. Se poi l’individuo esiste o è appena una inquietudine solo immaginata Sartori non lo scrive. La fiducia nel futuro. Come le frottole di Katia, o la porta aperta di Marta, o l’essere ligio di Diego, o l’affanno di Roberto, o il coltello di Frank, o la disponibilità di Anna. Perché se la comunità viene prima degli individui le parole vengono dopo, forse tardi e, pur non parando i colpi, galleggiano insieme al resto. La porta si richiude dietro di lui, si sigilla come il coperchio di una bara sui suoi assurdi sogni a occhi aperti.

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