è un tale sollievo che qualcosa consoli di qualcos’altro

4 ottobre, 2008

Io che ho paura di tutto passerò la vita a corrodere i lembi della paura facendo ora questa ora quella cosa temuta. Diventerà quasi istintivo dire di sì a una cosa solo perché la temo. L’orso maggiore di Ginevra Bompiani è un libro di bambini. Come tutti i libri di bambini è attonito, prepotente e crudele. È attonito perché la piccola protagonista ha gli occhi sbarrati, le orecchie tese e le braccia incrociate sopra la testa di chi si strugge a ogni passo per la bellezza del mondo, e soccombe. È prepotente perché l’unico tempo di cui la bambina ha contezza è il presente breve delle parole. È crudele perché un intervallo di infanzia trascorre in un collegio nel quale il privilegio di esservi stati ammessi bilancia appena il sopruso di stare agli orari di tutti. Perché è un libro di giochi e se uno vince, allora, un altro perde. Conoscevamo tutte le passioni, invidia e gelosia, paura e desiderio, disprezzo e venerazione, tutte passioni ardenti e feroci; eravamo noi soli a farcele provare, assaggiare, sputare. Tuttavia l’infanzia non rappresenta che il carapace di un romanzo in cui il filo rosso, e pure ardimentoso, che percorre le pagine è quello del perenne apprendistato al quale certe indoli sono sottoposte, un poco dalle condizioni al contorno e molto dal carattere. La pazzia mi spaventa perché è smisurata; è una smisurata esposizione. Esposizione senza vergogna. Invece la vergogna è il prezzo che si paga per non impazzire. Io questo prezzo l’ho sempre pagato: è stato il mio obolo alla norma. La scansione temporale è fittizia come l’interlocutore che compare nel primo capitolo, come le date in epigrafe alla prima pagina e in calce (quasi) all’ultima. Ne L’orso maggiore Lisa è in un collegio tra alpeggi, animali impagliati bambine viziate e maschi di ringhiera. In Anteros Lisa è una donna giovane e alle prese con un uomo, Nahum, che forse è l’interlocutore irascibile, forse una figura mitica e mammona col quale ha una storia e di certo una conversazione, ne L’imperscrutabile Lisa perde la madre e definitivamente l’orso minore, l’orsacchiotto, che questa le aveva regalato per compagnia nelle stanze folle del collegio. Lisa è sola con l’orso maggiore, con l’autenticità della paura. L’orso maggiore è una scoperta di bambina e una conquista di donna adulta. Il sogno della terra è una captatio benevolentiae tardiva e fascinosa nella quale l’autore assicura che è tutto vero, sta solo raccontando e che il tempo non è mai passato. Né i desideri. Disimparo tremando la menzogna, non riuscirò più nemmeno a balbettarla e ogni mio gesto è così diretto, limpido, immediato che nessuno è al sicuro. Non c’è infanzia ne L’orso maggiore che non sia reale, non c’è tempo che non sia supposto. Io ne ho paura, come tutto quello che non si salva in una qualche bellezza. La scrittura di Ginevra Bompiani è ricca, è immaginifica, è pensiero e azione trattenuta, considerazione e grido di protesta, è avvolgente di riso e cappa di tristezza, è spavalda e spesso chiede al lettore un atto di fede e L’orso maggiore, pure con qualche limite di pretesa, rimane un libro potente e da tenere sulle ginocchia, come parole crociate senza schema, in cui non siano date le definizioni ma già le risposte, da sciogliere e da intrecciare con un esercizio di curiosità, combinatoria, ansia di assoluto e interpretazione. Il mio piacere è opaco perché non c’è nessuno a invidiarmi.

G. Bompiani, L’orso maggiore, Anabasi (1994), pp. 118, € 8,26

http://www.bookweb.it/libri/orso_maggiore.php

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