Libri che ho dimenticato

13 gennaio, 2009

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Raffaello Beggiato è un mentecatto che è capitato in una storia molto più grande di lui dove si contorcono i termini di vita e morte e dove un complice salva il bottino e si porta dietro fumoso e innocente la colpa di avere ucciso due persone. Non è la fine del giallo. È l’inizio, l’antefatto. È dieci anni prima. Ci si potrebbe aspettare una ricostruzione a posteriori ma Carlotto ci propone una richiesta di grazia. Beggiato sta male perché certe cose Dio non voglia che colpiscano solo gli onesti e chiede la grazia. La grazia a uno che non ha mai confessato il nome del complice è impensabile. Ma Beggiato sta morendo incasellato nei suoi gesti ripetuti e nel suo vocabolario di tre parole di cui sette male. Crepasse pure dice qualcuno. Crepasse pure dietro le sbarre di vernice scrostata di un carcere qualsiasi. Crepasse. Eppure per qualche strano motivo e attraverso la sua prosa priva di metafore Carlotto riesce a farci parteggiare non per Beggiato ma per la richiesta di grazia, un pochino, appena appena, sì. Malviventi noi pure inconfessabili e omertosi nei confronti di un complice che ci ha tenuto in caldo il bottino. Malviventi noi pure e sospettosi come i vicini di Contin così cambiato che risuola scarpe in un centro commerciale. Contin che coltiva il suo dolore senza superarlo e spera che tutti quelli che si ricordano della faccenda muoiano e scompaiano per lasciarlo a giudicare una soluzione. Lui è l’unico che può dire sì, no, è giusto è sbagliato perché nessuno ha sofferto così. Le parole degli altri sono veleno. E così in questo libro strano e ripeto inquietante alla fine del quale ci si sente molto meno consci del discrimine tra bene e male Carlotto intreccia la vicenda umana dell’assassino del complice e del padre e marito affettuoso delle vittime con una logica fredda e affilata nella quale le vendette i ripensamenti e le continue contraddizioni dei tre diventano solo le variazioni in cui il carattere umano si plasma attraverso le vicende. Immaginai i pensieri che prendevano forma nella sua mente come tanti scarafaggi rovesciati sul dorso. Agitavano le zampine ma non riuscivano a rimettersi drittiL’oscura immensità della morte, M. Carlotto, E/O (2004), pp. 177, € 13,00.

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Non bisogna aspettarsi Cento anni di solitudine, questo è il primo comandamento, il secondo, pronunciato a una voce appena più bassa è Nemmeno L’autunno del patriarca. La meraviglia però, che sono certa, solo i grandi scrittori ci regalino e Marquez tra questi, consiste nel fatto che pure dove Memoria delle mie puttane tristi non è un racconto originale, poderoso e carico di mitologie quotidiane, conserva al centro di sé, come piccole pietre preziose disperse nella bambagia, osservazioni ficcanti, crudeli e impietose sulla vita degli uomini. Tutti. Uno per uno. Scoprii che l’ossessione che ogni cosa fosse al suo posto, ogni faccenda a suo tempo, ogni parola nel suo stile, non era il premio meritato di una mente in ordine, ma tutto il contrario, un intero sistema di simulazione inventato da me per nascondere il disordine della mia natura.  C’è un uomo anziano in questo libro che scrive senza volerlo fare ma come se le parole fossero il lavoro meno qualificato del mondo se non ne coltivi il fuoco, l’unico che è abituato a fare, un lavoro come un altro, anzi più impiegatizio. L’anziano signore che vive in una casa che pare magnifica e decrepita affacciata su un verde parco fa il giornalista e dorme su un’amaca. Ha avuto mille donne e ha letto mille libri, non si è mai innamorato di nessuna ma continua a leggere, stava per sposarne una, bella e creola, ma l’ha lasciata in piedi, col corsetto e il velo, sull’altare ed è rimasto a dormire sull’amaca. Il giornalista ha amici ed una amica in particolare che tiene a lui perché quando fa l’appello di quelli che c’erano non risponde quasi più nessuno. Sono rimasti in due e per motivazioni differenti le loro vite intersecano l’estrema giovinezza. Il giornalista è vestito di lino bianco. Non per eleganza, per abitudine anche qui. Bianco d’estate.  E non ci sarebbe storia se a un certo punto la sua penna non cominciasse a tirar fuori incongrue lettere d’amore, non principiasse a scrivere con l’animo di chi aveva dimenticato che sotto il parquet in salotto dormivano chili d’oro. L’ultimo comandamento è Ci si mette due ore a leggerlo e se le parole di questo romanzo sono spesso un flusso incontinente rimanete lì, fiduciosi, con la vostra attenzione a filtrare pensieri che luccicano come polvere d’oro. Scoprii di sembrare generoso per nascondere la mia meschinità, di passare per prudente solo perché sono malpensante, di essere arrendevole per non soccombere alle mie collere represse,…  

G. G. Marquez, Memoria delle mie puttane tristi, Mondadori (2005), pp. 141, € 10,00.

 

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