Chi trova qualcosa ce la deve aver messa

19 gennaio, 2009

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Una bambina formosa, di quelle che fanno gola agli uomini, ma se un uomo non la intercetta in tempo, sarà una buonissima maestra d’asilo. Le ricerche continuano fino a sera. A sera la campana suona a morto. In una sola notte Cecilia e le scarpe di vernice sono finite nel pozzo e una cagna dalle ossa rotte è rimasta sulla strada. L’isola de L’età dell’argento è la camera chiusa. Qualcuno è morto, la chiave è nella toppa. Nessuno è entrato, nessuno è uscito. L’isola è proprio un’isola. Canonica. Con il mare intorno. Come nella camera chiusa però qualcuno è arrivato. Col traghetto della sera. Solo che nessuno sembra averlo visto, forse il capitano, forse un bambino. Sull’isola nessuno porta il cappello. E il bambino, Pacaro, Pajaro, ha giurato di aver visto dietro a Cecilia un’ombra enorme, col cappello. La fine della storia è una piccola ghigliottina. Ambra ed Egidia, detta Ditolina, sono sorelle e non sono del posto. Ambra ha sentito gridare. Ma se sia stata una fanciulla o un cane non saprebbe dirlo. Non subito. Il cane faceva festa a tutti quelli che incontrava, la ragazza era senza fantasie. Come qualcuno abbia potuto ammazzarle è un enigma. Ambra e lo straniero si siedono intorno a un tavolo per parlare e ci riescono nonostante i sussurri e grida dell’isola. Il linguaggio comune è il bambino, che è il futuro tutto nuovo della vecchia e passato tutto possibile dello straniero. Qualche volta succede che ti trovi uno di fronte e subito ti senti come un pesce nell’acqua, non ti chiedi più che cosa dire, che cosa fare, no, non è come essere innamorati, è come essere a casa. A casa nella tua testa. Tutto è facile, tutto viene, la parola, i movimenti, il tempo batte il suo battito animale, agile e abbandonato, senza estasi, senza palpiti, una pace argentina. E allora su quella persona tu puoi giurare, no, non che sia buona o speciale o niente di che, ma che sia questa cosa pregiata, prodigiosa, un essere umano da cu non ti devi difendere. (…) è come se il blocco di ghiaccio che vive nelle tue vertebre diventasse in un istante acqua che scorre. L’età dell’argento di Ginevra Bompiani è un romanzo di struttura, potrebbe raccontare qualsiasi storia di tentennamenti e di inquietudine. È costruito come un bolero, si ripete, si itera, crea echi, rintrona e diverge. Capovolge il mito di Edipo a favore dello straniero, la favola di Cenerentola per arrivare da Cecilia al suo assassino, arrochisce la storia della cicala e della formica per frodare le due sorelle, tratta gli orchi come fornai, consegna al lettore una pagnotta e suggerisce di segnare il sentiero, poi apre voliere di considerazioni affilate come becchi d’uccello e confonde i percorsi. Il suo Ulisse è annoiato almeno quanto quello di Tennyson è ozioso. Perdere è terribile. Il ritorno nella parola nostos ha un che di stanco. È il ritorno di Ulisse. Perché è tornato? Non amava Penelope. Si è subito annoiato. Bompiani è scrittore di tranelli e piega una lingua in forma di teorema, e strega con espressioni come  il cuore del cuore, l’attesa dell’attesa, l’impetuoso candore, la deduttiva lontananza, la risata risolutiva, e una grazia un po’ intontita. Perché maneggia i desideri, il capire e il sapere che non sono la stessa cosa, perché prende Esiodo e lo concia in pelle lucida e dimostra, che l’età dell’oro è immobile e perfetta ma l’età dell’argento è quella delle cose diventano raccontabili. E quindi condivisibili e quindi non si è più soli. Nemmeno in un’isola.  Non c’è bisogno di piangere, si può anche ridere insieme, anzi meglio. Ma parlare non basta, bisogna passare da queste due ondulazioni del torace.

G. Bompiani, L’età dell’argento, La Tartaruga (2001), pp. 70, € 10,33.

One Response to “Chi trova qualcosa ce la deve aver messa”

  1. Glen Says:

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    oh!
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