L’album delle figurine di Silvia Ronchey

13 maggio, 2009

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Voltaire era piccolo e magro, aveva un lungo naso e occhi arguti. Portò sempre, anche quando non fu piú di moda, la lunga parrucca riccioluta della Reggenza. Restò sempre, anche quando fu curvo e sdentato, un seduttore. Forse è perché sono stata bambina negli anni ottanta quando impazzavano gli album Panini. O perché gli elenchi mi hanno sempre tranquillizzato. O perché i baedeker sono il vizio dei borghesi e io borghese sono. O ancora perché, come scriveva Huysmans, dopo i fiori finti che imitavano i fiori veri, volevo i fiori veri che imitavano i fiori finti, ma Il guscio della Tartaruga di Silvia Ronchey (nottetempo, 2009) mi ha fatto compagnia e mi ha molto divertito. Secondo Borges l’impero romano non è mai finito, e noi ci troviamo in un punto qualunque della sua decadenza. Come tutti i veri divertimenti, quelli dei bambini, questo libro ha qualcosa che va goduto in solitario per poi vantarsi in pubblico. La struttura è semplice, è alfabetica, evita qualsiasi didascalismo di ritorno, comincia da Agostino e finisce a Zenone di Cizio, in sessantacinque passi. Con un ultimo ritratto dal titolo greco. Non bisogna saperlo leggere, è una intuizione, una forma, ma domandatevi Perché il re di Asíne era diventato cieco. O  per chi. L’ultimo ritratto è la figurina che manca, che anche se compri buste e buste dal tabacchino sottocasa non riesci a trovarla, e nessuno ha un doppione. Solo che il tabacchi sotto casa di Ronchey è la biblioteca di Alessandria. Che incredibilmente non è bruciata. Teresa d’Avila non era tenera di cuore, lo aveva anzi cosí duro da rammaricarsene. Però, quando il fuoco interiore è grande, per duro che sia il cuore distilla come un alambicco. Io mi accorgo che un libro così, di vite più che vere di personaggi illustri (come recita il sottotitolo), potrebbe sembrare un oltraggio al tempo che manca. Perché ci vuole attenzione per leggerlo, e talvolta i nomi di persone paiono geografie immaginate o pubbliche virtù, che l’irritazione per una ostensione così consapevole di conoscenza e connessione sta in agguato sulle spalle di chi legge. E sarebbe vero e sacrosanto e condivisibile, sarebbe odioso, se non fosse che la caratteristica principale di questo libello è la spensieratezza. Costruita, orchestrata, azzardata e tutto il resto. Ma comunque spensieratezza. Come i fiori veri di Huysmans. Quella di Ronchey è la cultura accogliente e compagna della curiosità con cui si guarda il mondo. Fosse pure un mondo di carta. Stevenson si considerava un sopravvissuto. La sua vita era un’eccezione alla regola di Darwin, una deroga alla condanna che fin dalla nascita gli aveva inflitto la natura. E poi respirate, godetevi un italiano sontuoso che non si arrovella in subordinate e collezionate pure certi aggettivi che non si vedevano in narrativa da un tempo lungo e stanco. Non tutti insieme almeno. Aggettivi che ci appartengono e che ci descrivono. Perché Il guscio della tartaruga è lo specchio magico, d’acqua, nel quale immergersi e uscire diversi, più umani, con più orecchie e meno bocca. Secondo Hofmannsthal tutto ciò che si esprime è indecente. Il semplice fatto di esprimere qualcosa è indecente. S. Ronchey, Il guscio della tartaruga, Vite più che vere di personaggi illustri, nottetempo (2009), pp. 248, € 14,50.

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