Le esitazioni di Lancelot

31 marzo, 2010

Il resto del tempo è come se nelle vene gli pulsasse il ricordo di lei ricoperto di polvere di vetri rotti. Il mio cuore trasparente di Veronique Ovalde (minimum fax, 2010) racconta la storia d’amore di Lancelot e di Irina. Lancelot corregge bozze e Irina gira documentari. Lancelot è un uomo a cui piace che le cose si perdano perché gli fanno pensare con moderazione all’esistenza di dimensioni parallele, Irina lo aspetta con un vestito di vinile nero che avrebbe scricchiolato a ogni minimo gesto ricordandole ogni volta la sua rabbia, se lui non avesse bussato di nuovo alla porta. Poi Irina muore, forse ammazzata, e Lancelot vuole capire come e perché. Se Il mio cuore trasparente fosse solo una storia d’amore, sarebbe struggente e quando Lancelot bacia la pelle di Irina o la guarda parlare con le amiche alle feste degli amici di lei, farebbe pure crocchiare il corpo che ci avvolge il cuore, se fosse solo un romanzo giallo, sarebbe avvincente e pieno di suspence, se fosse solo una bizzarra favola di ecologia somiglierebbe leggera e in qualche senso a Oh! Serafina! di Giuseppe Berto, con Lancelot nel ruolo di Serafina. Con Lancelot che ha i passi sospinti da Se tu vuoi fare l’amore con me io sono felice. L’amore è conoscenza e io vorrei sempre più conoscerti. Se fosse solo un romanzo intimista su un uomo geloso e che teme il possesso e i suoi strali, sarebbe un ottimo romanzo ottocentesco con un eroina uomo. La verità però è che Il mio cuore trasparente non ha bisogno di specifiche. Il mio cuore trasparente una volta aperto ti trascina con una impellenza e una solidarietà di difficile analisi. Perché è una storia di assoluto, e l’assoluto commuove, perché tutti, almeno una volta nella vita abbiamo incrociato i passi di una persona che ci ha fatto intendere quanto la vita, fino a quel punto, sia stata un enorme buco, perché tutti, quando quei passi si sono imbrigliati, abbiamo temuto che quell’incontro fosse fuori tempo, troppo presto o troppo tardi, ma siamo andati a vedere comunque, perché tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo perso e pensato come Lancelot non mi metterò a piangere comunque, e invece, ci ritroviamo talvolta con gli occhi umidi. Tutto questo, e di più, Veronique Ovaldè, lo scrive in una lingua che oltre a essermi assonante e a entusiasmarmi, oltre a sospendere corsivi e virgolette, ha il colore della realtà che in ogni sua forma è sempre la prima meraviglia e la prima narrativa. Lancelot prende le sue medicine, quelle che dovrebbero tranquillizzarlo e suscitargli solo pensieri leziosi con un filtro rosa neonato.

V. Ovalde, Il mio cuore trasparente, minimum fax (2010), 13,50 euro, pp. 217.

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