Le rondini di Montecassino [shots]

2 aprile, 2010

La propaganda è come un sudario che copre tutto, prima ancora che accada. Uomini e pietre, dubbi e verità, gli attriti e le casualità nella catena di comando con cui si è arrivati alla decisione. Se il generale Tuker non si fosse ammalato. Se Francis Tuker, chiamato “Gertie”, non avesse disprezzato così profondamente tutti i suoi superiori definendo il generale Freyberg “un somaro ostinato”, il generale Clark “un vistoso ignorante”, il generale Alexander “una ruota di scambio indolente”. Se non avesse avuto tutto il tempo per leggere e rileggere la descrizione dell’abbazia sino ad assaporarne lo spessore delle mura, il numero e la collocazione delle finestre, la resistenza del portone che rappresenta l’unico suo accesso. Se la quella presenza bianca non si fosse impossessata delle sue notti come il fantasma della balena al capitano Achab, – qualcosa da abbattere, quando non rimane altro-, se non si fosse convinto che il monastero era una fortezza, ribadendolo al suo medico e forse persino ai suoi valorosi gurkha o indiani che d’ora in avanti avrebbero obbedito a un altro.

Ho capito che il razzismo è semplicemente poter decidere chi sei, poterti mettere fra i negri anche se sei bianco.

Solo quando si fermò in cima, Rapata si ricordò che tutti i cimiteri di guerra che aveva visto, presentavano, per quanto concernesse l’erba, lo stesso aspetto, solo che quelli non li aveva calpestati, ma solo visti nei film dove, tra l’altro, custodivano quasi sempre i corpi di caduti statunitensi. Non era colpa degli inglesi, quindi, stavolta, semplicemente si usava così e basta, come se per preservare adeguatamente le spoglie dei militari, la stessa natura andasse messa in riga e uniformata.

Tremilacinquecento uomini partiti, un terzo morti, un altro terzo – forse- per sempre menomati. Sarebbe stata questa la rappresentazione minima della guerra vicina al vero. Senza includere strascichi più invisibili- pallottole incastrate sotto una scapola, polmoni bucherellati, alterazioni del carattere e quant’altro.

Vorrei solo tornare e dimenticare tutto quello che ho visto e vissuto a partire da quel 22 marzo in cui, nascosto tra le macerie di una casa a Cassino, avevo sentito esplodere le mine che avevano fatto da trappola ai miei compagni. Sapevo che se adesso venivo fuori, rischiavo di cadere in mano ai jerries, ma non riuscivo a non farlo. Più tardi ho pensato spesso che avrei preferito anche una ferita grave che mi faceva tornare a casa a quel che mi è successo. Ovviamente era un pensiero ingrato di cui, adesso che è finita bene, non posso che vergognarmi e chiedere perdono.

Per questo ci sono cose di cui mi accorgo solo dopo, soltanto adesso che le scrivo.

Ogni romanzo che strappa una storia dal nulla, che con la sua antica arte illusionistica da un volto, un nome, una parvenza d’anima a un personaggio, compie qualcosa che nemmeno scaffali interi di libri di storia sanno fare.

Allora, o ti chiudi dentro al tuo credo come in una fortezza, pronto a disconoscere qualsiasi cosa che non gli somigli, eventualmente anche spararci contro, oppure capisci che puoi solo cercare di proteggerlo. Averne cura. Più cura di prima, quando non era ancora un fondamento eroso, quando non era minacciato di perdita.

Ci sono avvenimenti, botte in testa, che cambiano la percezione delle cose irreversibilmente. Edoardo non lo fa apposta se, pur continuando la sua vita normale di studente, cominciano a entrargli negli occhi, nelle narici e nelle orecchie i muratori pallidi col loro puzzo di sudore raffreddato sui mezzi pubblici, i lavavetri agli incroci, le badanti mute e ferme come massicci monumenti accanto alle vecchiette sulle panchine sparpagliate nel traffico di piazza Istria, o certe biondine con gambe da trampoliere esposte sulla Salaria, di un biancore per la luce dei fari e dei lampioni quasi fosforescente.

coi loro modi goffi da vecchi soldati e da ragazzi eterni

“Non si riesce a respirare a meno quaranta gradi”, dice a un certo punto. Ma è un tentativo, una frase priva di intonazione che lascia nell’aria, portandosi una mano alla bocca per mostrare come il respiro ti diventa a quaranta gradi sotto. Come il respiro te lo trovi davanti, congelato, condensato in qualcosa di corposo e di estraneo.

“Sfuggiti in qualche modo”: sarà così. Ma come? E come hanno fatto ad arrivare in Uzbekistan dalle foreste della regione di Arcangelo?“In treno”, risponde Irka e non aggiunge altro. Come se quel treno li avesse aspettato fuori dai cancelli e consegnati a una distanza di tremila chilometri in linea d’aria, con tanto di poltrone e di carretto che passa con bibite e cibarie.

Le immagini sono più forti delle storie anche quando non esistono. Quando stanno in un album a parte, immutabili come quelle sfogliate sul divisorio-tavolo, la collezione degli scarti di Cenerentola. E sono fatte di parole, due parole e basta. Un aggettivo che si attaglia alle stoviglie, il nome in gergo per i campi nazisti.

Così mi sono chiesto: ma dove stavano le rondini, in tempo di guerra? E ho ripassato a mente tutti gli scenari della seconda guerra mondiale, almeno quelli che abbiamo studiato a scuola: Europa, Nordafrica, Russia, Indocina, Pacifico. Ho visto questi stormi di poveri uccelli neri impazziti, in tutto il mondo. Capisci, Edo: per avere il senso preciso di quel che mi stava raccontando il vostro generale, io sono passato attraverso le rondini.

Perché mio padre quella storia la invidiava. Perché mio padre, con gli altri suoi amici italiani che erano stati in Jugoslavia o addirittura in Val d’Ossola coi partigiani, aveva raccontato che anche lui era stato da qualche parte nei boschi, coi russi o coi polacchi, a combattere contro i nazisti. Però non era vero. L’ho scoperto per caso un giorno, dopo che era già morto, come ho scoperto poco prima del suo funerale che era falsa tutta la sua identità: nome e cognome, data di nascita corrispondente a quella in cui avevamo sempre festeggiato il suo compleanno.

E allora capisco pure che, come dice anche Israel Gutman, a volte la verità finisce per travestirsi di menzogna, e credo di aver fatto bene a non chiedergli mai niente, e so che farò sempre di tutto per non dire mai niente di come è riuscito veramente a salvarsi e alla fine poter diventare quel padre che ho amato e che amo per tutto quel che è stato, così come pure per tutto quel che avrebbe voluto essere.
Un passo indietro. Non appropriarsi di un nocciolo di storia solo perché a raccontarla sarebbe la più bella, la più liscia, la più verosimile.

H. Janeczek, Le Rondini di Montecassino, Guanda (2010), pp. 368, 18,00eu

3 Responses to “Le rondini di Montecassino [shots]”


  1. (lo sto leggendo proprio adesso, ed è bello. Ma il punto di questo commento voleva essere altro, non detto in mail: aridacce questo blog ^_^)


  2. Ciao, ti ho visto alla presentazione di “Settanta acrilico trenta lana”, ci metti davvero la passione in quello che fai!

  3. ndr Says:

    1 anno e 2 giorni. ummmm…

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