Morrete disamati

2 novembre, 2009

Un figlio io lo amerei, e gli darei il latte dal seno, un figlio come il piccolo nomade, non questo: abitatore di altri mondi, pianta astrale annidata nel grembo. Non questo che fa imbizzarrire gli animali. Ci sono madonne che se ne stanno spensierate, piene di grazia e quasi bambine, la cui verginità significa curiosità, mancanza di superbia, insofferenza all’essere stata scelta, amor proprio e libero arbitrio. E se la santità fosse allegria?. Se ci fosse una iconografia per queste madonne incarnate, che più di avere vesti hanno petali, la Maria di Barbara Alberti ne sarebbe l’archetipo. E forse appena annoiata di esserlo. E Maria gli tira i sassi, lei che aveva garbo e lo ingiuria con parole d’inferno, ché da quando ha una reputazione da difendere, tutto la offende.

Vangelo secondo Maria è una storia di perdizione e riconquista, racconta l’infanzia di Maria in una lingua che salta da una prima persona molto spigolosa e paratattica a una terza persona con passo e tono di Scritture, che mai si interrompe, quasi fosse una nenia, o quasi il libro della verità e delle ipotesi si scrivesse solo, mentre uno lo calpesta o lo dice. In questo senso Vangelo secondo Maria è un libro di nomi. Maria che conosce la natura e può piegare i giunchi in forma di fionda e scavare buche insidiose come trappole, subisce il fascino di una conoscenza fatti di nomi e per la quale chi pronuncia, possiede. Non è una Madonna timorosa di dio e di sé stessa, e nemmeno una bambina prodigio di mancanze, perdizioni o talenti. È una donna, è approssimazione fatta carne che si rifiuta di essere il vaso di terracotta che chiude un terzo d’un dio. È divertente capire ancora una volta, e con le parole astute di Alberti, che alla poligamia degli dei pagani numerabili come i numeri naturali, il cristianesimo ha opposto non tanto il monoteismo, quanto le frazioni di dio. Vangelo secondo Maria è infatti un libro di frazioni, la madre di Maria è un quarto madre, il padre è quattro terzi di padre, è troppo, Giuseppe è assottigliato come una questione di lana caprina e Maria è dimezzata, e si dimezza a ogni dubbio, fino a diventare una successione di infinitesimi che non si esauriscono mai, e neppure si sommano. Tuttavia però il fulcro del romanzo è il rapporto di agognata castità e scandalo che c’e tra Maria e Giuseppe, tra il vecchio maestro mezzo mago per cui, parafrasando Yourcenar, la castità fu il primo peccato e la e la giovane allieva troppo bella per la quale la castità è una tentazione di immortalità. E proprio in quel momento mi colpisce la diabolica certezza d’essere bella: e vorrei esserlo tanto da forzarlo a rivelarmi quel segreto, tutti i segreti, che mi sento pronta a divorare un universo di sapienza. In mezzo a questo rapporto sbilenco e fascinoso perfino dio, in barba a un determinismo più matematico che teleologico, decide di piantare il suo seme. E il seme del suo seme. D’altronde all’odio di dio è facile resistere, ma quanto difficile, alla sua benevolenza.

Ci sono echi e dichiarazioni in questo oggetto narrativo scaramazo che portano il lettore da La buona Novella di De Andrè a La Gloria di Giuseppe Berto, che raccontano degli dei di pietra egizi e di quelli indiani di metallo tintinnante, della musica che fa crescere gli alberi e di Erode che s’è disseccato come la sua fiducia nel mondo. Echi e dichiarazioni di letteratura, stentorei come atto di fede. Molto peggio della sconfitta è che il nemico non venga. E in mezzo a tante certezze discusse, a dogmi irredentisti, a tanta bontà che crea e reinventa la vita e moltiplica le possibilità, c’è una penna capace di creare sacche di umanità in mezzo all’epica. E nelle sacche di umanità mettere il riso. Lo guardiamo scorrazzare, e con debolezza parentale siamo anche convinti che sia l’asino più intelligente della regione.

B. Alberti, Vangelo Secondo Maria, Castelvecchi (2007), 14,00 eu [I edizione Arnoldo Mondadori Editore 1979]

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La correzione del mondo

25 ottobre, 2009

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Le famiglie esplodono. E molta letteratura corre a descriverne i frammenti, studiarne le cause, inventare palliativi per quelli che rimangono. Feriti e integri. Assaliti o carnefici. La letteratura tenta farmacopee. Poi, con ironia e una penna inclemente come una lametta per eliminare le sbavature di china, arriva Myla Goldberg che, con il suo La stagione delle api, compagno e colto, si attarda a descrivere le interazioni, le situazioni e gli eccessi caratteriali o intellettualistici che danno fuoco alle polveri. La cucina di Miriam Grossman, sposata Naumann, è asettica rassettata, gli avanzi di cibo sono perfettamente riposti in una serie infinita e matrioska di contenitori di plastica, nemmeno un granello di polvere ad increspare le superfici levigate dei fornelli o delle maioliche. Del cibo per il corpo non si butta via niente. E nemmeno del cibo per lo spirito. Miriam non abbandona alla crescita e al cambiamento nessuna idiosincrasia o timore. O aspettativa. Le ricompone per costituire un ordine perduto. Dorme tre ore a notte, ha una testa di ricci pensieri complessi da avvocato impegnato, senso delle proporzioni. E tiene una pallina rosa al centro di una scatola da scarpe. Sotto al letto. Se è di Miriam ci sarà una ragione. Saul Naumann ha un petto villoso e uno studio non insonorizzato dal quale riesce a tenere fuori comunque tutto il mondo. Conosce la cabala canta in sinagoga potrebbe, se volesse, convincere un pinguino a comprare il ghiaccio del suo freezer, ma desidera solo che suo figlio Aaron studi e diventi rabbino e cantore e che sua figlia Eliza. Come mai Eliza non ha nessuna particolare attitudine se non perdersi senza ritorno nelle ripetizioni dei telefilm alla televisione. Ripetizioni. Eliza e Aaron, ognuno nella sua stanza, si ignorano, Aaron è concentrato sulla coltivazione del suo personale rapporto con Dio e attende segni, Eliza tenta di accettare che suo fratello più grande che conosce tutte le mosse e i segreti di uno Jedi viva in realtà ai margini della socialità scolastica. Saul cucina accudisce figli che sono più suoi che della sua concentrata moglie, studia. Poi Eliza scopre per caso, come una “inventio” le parole e infatti. In principio fu il verbo. I principi cambiano le prospettive. Eliza vince le gare di spelling e così in piedi si sente alta finalmente. Saul pensa che è sua figlia, Miriam incredula realizza di non conoscerla ma intravede se stessa a dieci anni e attua un fallimentare tentativo di condivisione, Aaron si sente il principe diseredato e si rende conto di non aver scelto nulla. Perché i principi ereditari sono sempre predestinati. Alla conservazione della specie e alla staffetta del sé. Le prospettive modificano le forme. Aaron, come un mistico urbano adolescente, pensa che quello che ora gli manca sia conservato in una religione diversa da quella paterna. Ancora. Le prospettive traslano le priorità, i fuochi, ad un orizzonte sempre meno raggiungibile. Eliza si dice che si tratta di una versione familiare della simulazione antincendio scolastica o un test di prova di un sistema d’emergenza per affrontare un evento che non accadrà mai. Myla Goldberg con infinita leggerezza ed una scrittura invidiabilmente percepibile stratifica nel suo libro i passaggi di stato di quattro esseri diversi tra loro che si trovano a convivere con legami di affetto e abitudine. Le inevitabili perdite di equilibro, le scosse di assestamento, le cadute sulla terra della nuova realtà dove le leggi di gravità sono stabilite in base al numero dei componenti della famiglia Naumann presenti nello stesso interno. E sono sempre di meno. Galleggiano. La stagione delle Api non è un libro centrifugo però, sarebbe semplice avere un centro da cui deragliare, è piuttosto il diario di bordo divertente e crudele di quanto sia penoso abbandonare la zavorra per arrivare dove si deve. E pericoloso se la zavorra sono persone o banali limitazioni del quotidiano vivere. Levati i sandali perché stai calpestando un suolo sacro. Dopo essersi tolti le scarpe per leggere Myla Goldberg ci si rende conto di quanto queste perdano ai piedi rispetto alla possibilità di rimanerci dentro. La collera è un burrascoso temporale da attraversare di corsa, a testa bassa. La delusione, il cui veleno si fa più intenso e doloroso con il passare del tempo, agisce invece con inesorabile lentezza.

M. Goldberg, La stagione delle api, Fazi (2003), pp. 305, € 16,50.