La propaganda è come un sudario che copre tutto, prima ancora che accada. Uomini e pietre, dubbi e verità, gli attriti e le casualità nella catena di comando con cui si è arrivati alla decisione. Se il generale Tuker non si fosse ammalato. Se Francis Tuker, chiamato “Gertie”, non avesse disprezzato così profondamente tutti i suoi superiori definendo il generale Freyberg “un somaro ostinato”, il generale Clark “un vistoso ignorante”, il generale Alexander “una ruota di scambio indolente”. Se non avesse avuto tutto il tempo per leggere e rileggere la descrizione dell’abbazia sino ad assaporarne lo spessore delle mura, il numero e la collocazione delle finestre, la resistenza del portone che rappresenta l’unico suo accesso. Se la quella presenza bianca non si fosse impossessata delle sue notti come il fantasma della balena al capitano Achab, – qualcosa da abbattere, quando non rimane altro-, se non si fosse convinto che il monastero era una fortezza, ribadendolo al suo medico e forse persino ai suoi valorosi gurkha o indiani che d’ora in avanti avrebbero obbedito a un altro.

Ho capito che il razzismo è semplicemente poter decidere chi sei, poterti mettere fra i negri anche se sei bianco.

Solo quando si fermò in cima, Rapata si ricordò che tutti i cimiteri di guerra che aveva visto, presentavano, per quanto concernesse l’erba, lo stesso aspetto, solo che quelli non li aveva calpestati, ma solo visti nei film dove, tra l’altro, custodivano quasi sempre i corpi di caduti statunitensi. Non era colpa degli inglesi, quindi, stavolta, semplicemente si usava così e basta, come se per preservare adeguatamente le spoglie dei militari, la stessa natura andasse messa in riga e uniformata. Leggi il seguito di questo post »

non si ripara a niente

16 marzo, 2008

lezioni di tenebra

Mi ha insegnato la buona educazione: che in metropolitana cedi il posto agli anziani, e ti ricordi sempre degli auguri e dei regali, e vedi di alzarti da tavola e di dare una mano, e se ricevi una bomboniera, anche se è solo la tua, la apri subito e la offri in giro. E questo che cosa c’entra?. Lezioni di tenebra di Helena Janeczek è un libro di ricordi e di invenzioni accordato su una struttura fiabesca. (…) è possibile che i dettagli me li stia inventando. C’è un bambina davanti a un bosco scuro. Non ha una bussola e non una mappa, non ha le briciole perché il pane non si lascia mai per terra. Ha solo la fame di sua madre, la di lei voglia di scappare e ritornare sui passi e un padre con un nome falso che per tutta la vita ha ascoltato l’oroscopo del segno della Vergine quando era nato sotto il segno dei Gemelli. Ovviamente, la bambina, ha il futuro. Il bosco scuro è la memoria ed è scuro perché Auschwitz, i campi di concentramento, le deportazioni, i ghetti, l’odio e la dimenticanza sono intrichi di rami nei quali la luce filtra a fatica e comunque genera ombre più scure ancora e terribili e deformate dall’aria densa di sudore e pulviscolo. Di cenere alle volte. So che fra quanti scampati ai lager c’è chi al cinema si mette a piangere chi non fa una grinza e sottolinea come la realtà superi la fantasia, chi ha l’ossessione della testimonianza e va a vedersi tutto (…) Non sono pochi quelli che non si perdono un programma, libro, film documentario o di “finzione”, cosa che mia madre disapprova. Sostiene che quella roba non è certo destinata a lei. Ma una volta ha detto che sarebbe disposta a parlare nelle scuole, crede molto nell’educazione e che non si faccia abbastanza perché i ragazzi capiscano e crescano immuni. Helena è la protagonista di questo romanzo. Il bosco oltre a essere intricato e fitto si estende tanto che mentre la bambina si addentra, mano nella mano con la memoria della madre, cresce e le spuntano curiosità e convessità. Helena è Helena J. Ed è per la mera, immediata, liquida, corrispondenza dei nomi che la struttura fiabesca svela una natura di sillogismo in cui la premessa maggiore è l’omonimia. Perché se Helena è Helena allora la madre è la madre e il padre è il padre e Auschwitz non è più l’archetipo della morte ma luogo geografico zeppo di morti. Che è l’unica via per rendere tangibile un luogo, per fuggire dall’anonimato della morte ed entrare, con la sofferenza che ne consegue, nella perdita dei morti. Nel conto. Nell’elenco. Uno a uno. Nome per nome. Numero per numero. Codice per codice. Prima di leggere Lezioni di tenebra io non avevo inteso che la via era l’unica e bisognava segnarla. Per questo mia madre non educa ma addestra. L’addestramento si differenzia dall’educazione perché cerca di trasformare ciò che insegna in riflesso. Janeczek scrive in una lingua lineare, ironica, aliena a qualsiasi ideologica di revisionismo e salvazione, e parlata tanto che la narrazione, in questa grammatica sussurrata e discreta, risulta stereofonica. È un pugno di ghisa in un guanto di voile perché lega di figlia e madre, e perché conserva il traslucore dei vestiti che sopravvivono per essere provati nei travestimenti di bambina. Ti salvi perché nessuno si è accorto che hai sbagliato. Ti salvi perché un tuo errore non ha importanza. Comunque ti salvi solo se non commetti errori. Ma che cosa sia un errore non lo sai. A questo non devi mai pensare.
H. Janeczek, Lezioni di tenebra, Mondadori (1997), pp. 202, € 13.94.